giovedì 31 dicembre 2009

IL c.d. FEDERALISMO DEMANIALE RIGUARDA ANCHE GLI USI CIVICI ? DUBBI E PERPLESSITA'

da Repubblica del 31.1.2009

ECONOMIA
Il decreto di fine anno trasferisce agli enti locali il patrimonio demaniale da vendere
Corsia preferenziale per i costruttori. La denuncia dei Verdi: "Una speculazione"
Caserme, castelli, spiagge
saldi di Stato sul territorio

di GIOVANNI VALENTINI



ROMA - Si annuncia come la più colossale svendita di Stato che sia stata mai concepita. Altro che privatizzazioni all'inglese, modello Thatcher o Blair. Qui siamo alla liquidazione totale del demanio statale.

Si svende un enorme patrimonio pubblico che appartiene a tutti i cittadini: settentrionali e meridionali, ricchi e poveri, di destra e di sinistra.
Il decreto legislativo sul cosiddetto "federalismo demaniale", varato dal Consiglio dei ministri alla vigilia di Natale e rimesso ora all'esame delle competenti Commissioni parlamentari, prevede il trasferimento dei beni statali a Comuni, Province e Regioni, con la dismissione in massa di edifici pubblici, caserme e altre installazioni militari, terreni, spiagge, fiumi, laghi, torrenti, sorgenti, ghiacciai, acquedotti, porti e aeroporti.

E come denuncia il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, una volta approvato definitivamente potrebbe innescare "la più grande speculazione edilizia e immobiliare nella storia della Repubblica".
Sono in tutto sette gli articoli del provvedimento, presentato dal ministro della Semplificazione Normativa, il leghista Roberto Calderoli. Un grimaldello legislativo per forzare la "mano morta" che blocca, come si legge nella relazione introduttiva, "un patrimonio abbandonato e improduttivo".

Ma proprio in nome della semplificazione e della valorizzazione, due esigenze entrambe apprezzabili, si rischia in realtà di scardinare una cassaforte che contiene beni collettivi inalienabili: compresi quelli "assoggettati a vincolo storico, artistico e ambientale che non abbiano rilevanza nazionale", come si legge all'articolo 4.

L'opposizione dei Verdi, a cui non possono non aderire gli ambientalisti più avvertiti e sensibili, punta in particolare contro due norme considerate devastanti. La prima (art.5, comma b) stabilisce che la delibera del piano di alienazione e valorizzazione da parte del Consiglio comunale "costituisce variante allo strumento urbanistico generale": in pratica, un meccanismo automatico di modifica dei piani regolatori, al di fuori di qualsiasi logica e programmazione.

L'altra norma controversa è quella che semplifica le procedure per l'attribuzione dei beni statali ai fondi immobiliari (art. 6): "Si tratta - commenta Bonelli - di un maxi-regalo alle grandi famiglie dei costruttori che hanno già saccheggiato il territorio italiano, attraverso lo sfruttamento del territorio e la speculazione edilizia".

In attesa di un censimento completo, previsto dallo stesso provvedimento, i dati dell'Agenzia del demanio registrano 30 mila beni in gestione, di cui 20 mila edifici (67%) per 95 milioni di metri cubi e 10 mila terreni (33%) per 150 milioni di metri quadrati. Il demanio militare occupa lo 0,26% del territorio nazionale, pari a 783 chilometri quadrati, prevalentemente in Friuli Venezia Giulia e in Sardegna, dove si trova il poligono di Capo Teulada (72 chilometri quadrati). Seguono, con superfici minori, il Lazio e la Puglia.

Nessuno può negare onestamente che buona parte di questo ingente patrimonio versi in stato di abbandono, affidato all'incuria o comunque alla mancanza di risorse per la sua valorizzazione. Dallo Stato centrale agli enti locali, spesso si gioca allo scaricabarile, nell'incertezza delle competenze e delle responsabilità.

Ma il trasferimento in blocco di questi beni ai Comuni, alle Province e alle Regioni, allo scopo dichiarato di fare cassa, minaccia di impoverire alla fine la ricchezza nazionale in funzione di un malinteso federalismo, come se un certo pezzo d'Italia fosse proprietà esclusiva di una determinata comunità.

Chi ha il diritto di stabilire, per esempio, che una spiaggia della Sardegna, della Sicilia o della Puglia appartiene soltanto a quella Regione? Chi ha l'autorità di alienare un bene storico, artistico o ambientale d'interesse locale? E ancora, chi può disporre di infrastrutture come acquedotti, porti e aeroporti, che per loro natura servono aree più ampie ed estese?

Al di là della necessità di rispettare i piani urbanistici, se non altro per evitare l'impatto negativo di varianti automatiche, è auspicabile dunque che il decreto legislativo sul "federalismo demaniale" venga modificato e corretto durante l'iter parlamentare, come reclamano i Verdi, almeno su due punti fondamentali: da una parte, l'esclusione dei beni storici e artistici dall'elenco delle dismissioni; dall'altra, l'introduzione dei vincoli di destinazione e uso per i terreni o gli edifici statali.

Non è concepibile cedere un castello o un museo a un soggetto privato, solo perché il bene in questione non è considerato di "rilevanza nazionale". Mentre si può pensare di alienare legittimamente un'area abbandonata o una caserma, purché venga destinata a funzioni sociali: ospedali, centri di assistenza, istituti scolastici, parchi pubblici o impianti sportivi. Altrimenti, più che di semplificazione e valorizzazione, si dovrà parlare - appunto - di svendita e liquidazione.

© Riproduzione riservata (31 dicembre 2009)

lunedì 2 novembre 2009

RISCHIO IDROGEOLOGICO PER I TERRENI DEL SALERNITANO


dossier da Corriere.it

A rischio idrogeologico il 99% dei comuni salernitani

Legambiente e Protezione Civile: Le amministrazioni municipali non rispettano i vincoli edificatori

SALERNO — L’ultimo rap­porto «Ecosistema Rischio», stilato da Legambiente Cam­pania, boccia la provincia di Salerno Che, rispetto alle altre quattro province campane, conta 157 su 158 comuni a ri­schio idrogeologico. «Il 99% della amministrazioni locali sono a rischio» sostiene l’as­sociazione ambientalista, che, nella consueta relazione an­nuale, assegna la maglia nera proprio alla provincia di Saler­no. Denunciando che l’81% delle amministrazioni che hanno risposto al monitorag­gio avviato da Legambiente ha reso edificabili aree golena­li, alvei di fiumi e aree a ri­schio frana. In alcuni comuni salernita­ni (il 25% per la precisione) ci sono interi quartieri nati in zo­ne rosse. E non solo. Nelle zo­ne a rischio idrogeologico so­no sorte anche strutture e fab­bricati industriali «con grave rischio — emerge dall’inchie­sta effettuata da Operazione Fiumi, la campagna di sensibi­lizzazione e prevenzione orga­nizzata da Legambiente e dal dipartimento della Protezio­ne civile — non solo per l’in­columità dei dipendenti, ma anche per eventuali sversa­menti di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni». Gli ambientalisti lanciano così una pesante denuncia su un presunto legame tra gli abusi edilizi edificati in zone a ri­schio idrogeologico e l’inqui­namento delle falde acquifere e del territorio. Alta la percentuale delle scuole costruite in zone a ri­schio. La settimana scorsa a stilare una mappa degli istitu­ti scolastici realizzati in aree da bollino rosso ci ha pensato l’Ance Salerno dopo la pubbli­cazione dei dati emersi da una indagine della Cresme su commissione Dexia Crediop. Individuando ben 162 edifici a rischio tra scuole e ospedali e piazzando Salerno al terzo posto nella classifica dei co­muni con il maggior numero di edifici pubblici realizzati in zone a rischio. Il rapporto di Legambiente Campania lancia, poi, l’affon­do finale, non salvando nean­che uno dei comuni della pro­vincia salernitana. Anzi, dise­gnando una mappa del territo­rio provinciale che desta anco­ra più allarme e preoccupazio­ne, perché nel monitoraggio capillare dell’associazione am­bientalista finiscono anche al­berghi e campeggi. Tutto ciò sarebbe stato possibile, secon­do il dipartimento della Prote­zione civile, anche in dispre­gio dei vincoli edificatori che, almeno nei vari piani regola­tori generali dei singoli comu­ni, compaiono. Ma, anche sul versante urbanistico, i conti non tornano. Perché, se da un lato il 76% delle amministrazioni comu­nali impone vincoli edificato­ri nei piani regolatori, dall’al­tro lato la percentuale aumen­ta (arrivando fino all’81%) se si considerano i comuni che hanno permesso la realizza­zione proprio nelle aree a ri­schio. Di delocalizzazioni, poi, neanche a parlarne. Solo nell’otto per cento dei casi so­no state avviate le procedure per trasferire le abitazioni in aree sicure. Per gli impianti in­dustriali, invece, nessuna de­localizzazione. «Ancora una volta constatiamo come i co­muni della Campania non ab­biano complessivamente mes­so le tematiche di prevenzio­ne di alluvioni e frane tra le priorità del loro lavoro» com­menta Paola Tartabini, porta­voce di Operazione Fiumi.
Angela Cappetta © RIPRODUZIONE RISERVATA 02 novembre 2009

sabato 24 ottobre 2009

USI CIVICI. IL CASO CASTELSANDRA IN CAMPANIA

segnalato dal dott. Venneri
23/10/2009

Castellabate. Hotel Castelsandra: il Consiglio di Stato (IV Sezione) ha bloccato (per il momento) le ruspe di Comune, Regione ed Ente Parco, gli enti che stavano per attivare le procedure di esecuzione delle opere di demolizione di 25 villette abusive. I giudici romani di Palazzo Spada hanno accolto la domanda cautelare, proposta in calce al ricorso di appello, e, per l’effetto, hanno sospeso l’efficacia della sentenza (è la numero 19 del 12 gennaio 2009) del Tar di Salerno di rigetto del ricorso della società (in liquidazione) Hotel Castelsandra di Romano Leonilde & C. Sas. Con l’ordinanza depositata mercoledì scorso, il Consiglio di Stato ha considerato che l’azione amministrativa del Comune, volta a dare esecuzione al progetto di demolizione del 1° lotto delle opere edilizie abusive del complesso Hotel Castelsandra, la cui legittimità è stata statuita dalla sentenza impugnata con l’attuale gravame, pone problematiche che meritano particolare approfondimento. Tutto avverrà con la sentenza definitiva di merito, appunto. In particolare, ad avviso del collegio giudicante, l’indagine giuridica deve riguardare la valenza del verdetto del Commissario degli usi civici, la pendenza della istanza di alienazione dei beni, la pendenza delle istanze di condono edilizio, il titolo abilitativo che si sarebbe formato per silenzio assenso e la competenza della giunta comunale a disporre la misura sanzionatoria. Il Consiglio di Stato, inoltre, ha evidenziato che, sotto il profilo del danno, la disposta demolizione integra gli estremi del grave ed irreparabile pregiudizio, che la società Hotel Castelsandra verrebbe a patire in conseguenza della esecutività della sentenza appellata di primo grado (non sospesa), Dopo la sentenza del Tar, favorevole al Comune, aveva ripreso efficacia la gara di appalto di abbattimento delle villette, aggiudicata a dicembre del 2007 all’Ati Areda Insalata-Manna. Il relativo progetto, approvato dalla giunta guidata dal sindaco Costabile Maurano, era stato finanziato dalla Regione per 600mila euro. Le 25 villette abusive sorgono sull’area, appartenente al demanio, circostante l’Hotel Castelsandra, nel 1992 confiscato dal Tribunale di Napoli perché il socio Antonio Agizza, ora deceduto, aveva legami con il clan camorristico dei Nuvoletta. Due anni dopo, la Corte di Cassazione assolveva con formula piena l’Agizza, imputato del reato di partecipazione ad associazione a delinquere di stampo mafioso, e qualche tempo dopo la Corte di appello di Napoli annullava la confisca degli immobili, transitati, nel frattempo, nella disponibilità dell’Agenzia del Territorio. Il Comune ha più volte ribadito la volontà di conservare le opere non abusive del complesso immobiliare Castelsandra e di destinarle a fini di pubblico interesse. Il ricorso in Consiglio di Stato della società Hotel Castelsandra é stato presentato dall’avvocato Lorenzo Lentini. Nella causa sono intervenuti gli avvocati Roberto Giuffrida (Comune) e Lidia Buondonno (Regione). Il collegio giudicate romano era composto dal presidente ff Pier Luigi Rodi, dall’estensore Giuseppe Romeo e dai consiglieri Antonino Anastasi, Sergio De Felice e Sandro Aureli.
Sabato Leo da Il Mattino

lunedì 12 ottobre 2009

PREMIO NOBEL A ELINOR OSTROM STUDIOSA DI USI CIVICI E PROPRIETA' COLLETTIVE



"....per aver dimostrato come la proprietà pubblica possa essere gestita dalle associazioni di utenti....."

osservazione del Cesducim:
(forse allora mi permetto di ri-sottolineare sulla vecchia diatriba usi civici-proprietà collettive che la c.d. proprietà collettiva è una proprietà pubblica)


da corriere.it

Premiati per le loro ricerche sull'organizzazione della cooperazione nella governance
Assegnato a Elinor Ostrom e Oliver Williamson il Nobel per l'Economia
La Ostrom, 76 anni, statunitense, è la prima donna ad aver vinto il riconoscimento nella categoria Elinor Ostrom (a destra) e Oliver Williamson STOCCOLMA (SVEZIA) - Elinor Ostrom e Oliver Williamson , entrambi statunitensi, hanno vinto il premio Nobel per l'economia 2009. Sono stati premiati per le loro ricerche sull'organizzazione della cooperazione nella governance economica.
OSTROM - La Ostrom, 76 anni, è la prima donna ad essersi aggiudicata il prestigioso riconoscimento per quanto riguarda l'econonomia. La Olstrom, che insegna alla Indiana University di Bloomington, negli Usa, è una delle massime studiosi delle conseguenze del rapporto tra gli uomini e l'ambiente in particolare delle gestione delle risorse comuni e di come siano state creati nei secoli delle apposite istituzioni per la gestione delle stesse.
WILLIAMSON - Oliver Williamson, 77 anni, che insegna a Berkeley, nella University of California, è invece il creatore della cosidetta Economia Neo-Istituzionalista. Williamson sostiene che ogni organizzazione economica nasce dal tentativo di minimizzare costi di transazione in contesti caratterizzati da contratti incompleti, investimenti specifici, razionalità limitata e opportunismo. Tale circostanza comporta che ogni organizzazione economica soffre di un problema di contrattazione incompleta.
IL RICONOSCIMENTO - La Ostrom, spiega il comitato, «ha dimostrato come le comproprietà possono essere gestite in maniera efficace delle associazioni di utenti». Oliver E. Williamson, ha vinto invece «per la sua analisi della governance economica, in particolare i confini di un'impresa». Con i suoi studi, spiega la motivazione, Williamson «ha mostrato che i mercati e le organizzazioni gerarchiche, a riflesso di quanto avviene nelle aziende, hanno delle strutture di governance alternative che si differenziano per il modo diverso di risolvere i conflitti di interesse». Insieme al premio ai due vincitori vanno 10 milioni di corone svedesi, che equivalgono a poco meno di 1 milione di euro.
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dal sole 24 ore

Per sbloccare il potenziale umano serve un'apertura del settore pubblico e di quello privato che incoraggi la soluzione dei problemi da parte dei singoli individui in tutti gli aspetti dell'esistenza. In materia di fornitura e produzione di beni privati - beni relativamente facili da impacchettare e senza grosse esternalità - sappiamo che creare un mercato aperto e competitivo conduce a un incremento degli investimenti e dell'innovazione e a una diminuzione dei prezzi per i consumatori. L'imprenditorialità gioca un ruolo chiave nel settore privato, perché scopre metodi per mettere insieme fattori produttivi eterogenei in modi nuovi e complementari, data la disponibilità di risorse e tecnologia. Nel settore privato, la ricerca del profitto è la spinta trainante per gli imprenditori privati.La fornitura di beni pubblici esige istituzioni diverse da un mercato aperto e competitivo. Sono necessarie istituzioni che incoraggino l'azione collettiva e scoraggino il free-riding. Anche il mercato non è un'istituzione affidabile se mancano regole sulla proprietà, tribunali e polizia.Il linguaggio usato da molti analisti divide il ricco mondo delle istituzioni in una dicotomia improduttiva di "mercato" contro "Stato". Mentre i mercati sono considerati ambiti pubblici e aperti, dove individui e aziende competono tra loro, il settore pubblico viene raffigurato come una gerarchia verticistica con poco spazio per la soluzione dei problemi, se non da parte dei funzionari pubblici di grado più alto. Per sbloccare il potenziale umano, dobbiamo sbloccare il nostro modo di concepire gli assetti istituzionali non di mercato. Dobbiamo aprire il settore pubblico all'imprenditorialità e all'innovazione.Considerando che i benefici dei beni pubblici e delle risorse comuni sono sparpagliati all'interno di una comunità, molti studiosi ignorano la possibilità che imprenditori pubblici locali inventino metodi efficaci per la coproduzione di questi beni e servizi essenziali. Per altro verso, molti studiosi mettono l'accento sulla necessità di leadership nel settore pubblico. Gli studi approfonditi che abbiamo condotto sulla fornitura di servizi nei centri urbani e delle risorse comuni hanno ripetutamente riscontrato comunità di individui, nelle aree urbane e rurali, che si sono autorganizzati per fornire e coprodurre servizi locali di livello sorprendentemente buono considerando le limitazioni con cui devono fare i conti. Molti analisti politici partono dal presupposto che, senza importanti risorse esterne e pianificazione dell'alto, è impossibile fornire beni pubblici e risorse comuni sostenibili. Un simile presupposto assoluto è sbagliato. Se è vero che è sempre difficile trovare metodi efficaci per fornire questi servizi, gli imprenditori pubblici che lavorano a stretto contatto con i cittadini spesso trovano nuovi modi di mettere insieme i servizi, usando un mix di talenti e risorse locali.L'idea preconcetta che i locali non possano occuparsi dei problemi del settore pubblico ha portato in tutto il mondo all'adozione di leggi che assegnano la responsabilità dei servizi pubblici locali a enormi dipartimenti amministrativi dello Stato, spesso non provvisti delle risorse per portare a termine il loro compito. Non è così che si è sviluppata l'Europa. La legislazione contemporanea, che attribuisce ai governi regionali o nazionali la responsabilità dei beni pubblici e delle risorse comuni a livello locale, sottrae ai cittadini l'autorità di risolvere problemi che sono differenti da una località all'altra. Dobbiamo sbloccare le loro capacità e metterli nelle condizioni di essere riconosciuti come cittadini e funzionari pubblici locali con il potere e l'autorità di prendere misure per risolvere problemi locali. Dobbiamo concepire il settore pubblico come un sistema policentrico, e non come una gerarchia monocentrica.
Tratto da «Unlocking Public Entrepreneurship and Public Economies» (2005)
(Traduzione di Fabio Galimberti)
13 ottobre 2009
http://www.iu.edu/nobel/

domenica 27 settembre 2009

(EVENTO MY PARK 2009-CESDUCIM ASCEA 26 SETTEMBRE 2009)

pubblichiamo la Relazione del Dott. LEONARDO GIAMBATTISTA VENNERI


"Poi che la carità del natio locomi strinse, raunai le fronde spartee rende' le a colui, ch'era già fioco. Indi venimmo al fine ove si partelo secondo giron dal terzo, e dovesi vede di giustizia orribil arte. A ben manifestar le cose nove,dico che arrivammo ad una landache dal suo letto ogne pianta rimove. La dolorosa selva l'è ghirlandaintorno, come 'l fosso tristo ad essa;quivi fermammo i passi a randa a randa. Lo spazzo era una rena arida e spessa,non d'altra foggia fatta che coleiche fu da' piè di Caton già soppressa. O vendetta di Dio, quanto tu deiesser temuta da ciascun che leggeciò che fu manifesto a li occhi mei! D'anime nude vidi molte greggeche piangean tutte assai miseramente,e parea posta lor diversa legge. violenti controSupin giacea in terra alcuna gente, DIO alcuna si sedea tutta raccolta, ARTEe altra andava continüamente. NATURAQuella che giva 'ntorno era più molta,e quella men che giacëa al tormento,ma più al duolo avea la lingua sciolta. Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,piovean di foco dilatate falde,come di neve in alpe sanza vento".


Avrete riconosciuto l’incipit del XIV Canto dell’Inferno, tratto dalla Divina Commedia di Dante Alighieri. Siamo nel terzo girone del settimo cerchio, e da qui fino al XVII Canto, si narra di color che “fanno forza ne la deitade, spregiando natura e sua bontade”, ovvero i violenti contro Dio, Natura ed Arte. Chi sono costoro che Dante indica tra i violenti contro natura ed arte, puniti da una pioggia di fuoco, è ben chiaro. Pur tuttavia, è mia opinione pensare che se il Sommo Poeta fosse vissuto ai giorni nostri, avrebbe indicato tra questi, non i sodomiti e gli usurai, bensì i violenti contro la natura intesa come ambiente, vale a dire i devastatori della natura, i deturpatori del paesaggio, coloro che inquinano le risorse naturali, gli speculatori edilizi, coloro insomma, che si fan spregio della natura, mossi solo dalla sete di danaro . Ed è di questo che vogliamo parlare, del rispetto, rispetto della natura, e delle leggi. Partendo dal generale, fino ad arrivare al particolare, ovvero al tema odierno.
Una recente pronunzia del Consiglio di Stato, datata 10 settembre 2009, recentissima quindi, sancisce, e si spera definitivamente, come le ragioni della tutela del paesaggio, siano prevalenti sull’attività imprenditoriale. Ora, sia il paesaggio che l’attività imprenditoriale sono tutelati dalla costituzione (Art. 9 e art. 41) ma con questa decisione, la n° 5459/2009, il Consiglio di Stato sez. VI, ha stabilito delle priorità, o meglio ha indicato come interesse prevalente da tutelare, il paesaggio. Il passaggio chiave è quello finale: “ … la previsione regionale, di particolare rigore, trova piena giustificazione nell’esigenza di salvaguardare un paesaggio di incomparabile bellezza, che ha già subito attentati a causa della propensione italica ad una edificazione indiscriminata. Nella valutazione comparativa di contrapposti interessi, quello generale alla salvaguardia del paesaggio anche a tutela delle generazioni future, e quello individuale e imprenditoriale allo sviluppo degli insediamenti turistici, trova piena legittimità costituzionale la previsione regionale, estesa anche alle lottizzazioni in corso”.
In pratica contro la propensione tutta italiana di cementificare ogni luogo, la norma di salvaguardia regionale, nel proteggere l’ambiente, supera ampiamente qualsiasi censura di costituzionalità, pure ventilata dalla parte ricorrente, (per inciso nel frattempo c’è stata una pronunzia della Consulta, la n° 51 del 10 febbraio 2006 che ha ribadito la competenza della Sardegna a legiferare in materia di paesaggio vincolandola solo all’art. 3 Cost, riferito alle riforme economico-sociali) Altro spunto di interesse notevole, è che il paesaggio, quindi il territorio, va tutelato per le generazioni future. E’ un patrimonio che non deve essere dilapidato dall’uomo che vive il presente, ma valorizzato anche e soprattutto per chi deve venire in futuro, le nuove generazioni appunto. Ed in quest’ottica si inserisce il tema odierno. Pienamente rappresentato dalla sentenza precedente. L’uso civico è, come spesso ho ripetuto, un baluardo, un muro difensivo contro gli appetiti di amministratrici ed amministratori dell’ultim’ora ( il riferimento al gentil sesso è anche perché poche ore fa una sentenza del TAR Puglia ha annullato una giunta provinciale formata da soli uomini, senza donne, per cui mi adeguo…). Il paesaggio di cui al codice Urbani (D. Lgs 42/2004) ben comprende i terreni gravati da usi civici, che sono comunque tutelati dalle forme di utilizzo previste dalla L.R Campania 11/1981, nella misura in cui i mutamenti di destinazione sono temporanei e limitati nel tempo al fine per cui si chiede, e la previsione dell’esproprio è solo per interessi sovranazionali. Correttamente l’attività di agriturismo, leggendo l’articolo 1 della Legge Regione Campania n° 15 del 6 novembre 2008 “Disciplina per l’attività di Agriturismo”, si presta ad essere esercitata sui terreni di uso civico, in quanto completamente compatibile con la nuova normativa, ed anche perché proprio qui ad Ascea era presente lo “ius casalinandi”, ovvero il diritto di costruire ricoveri per deporvi attrezzi in vista della stagione del raccolto, o delle transumanze. Orbene tale uso già esistente legittima la previsione dell’utilizzo di tali terreni per attività agrituristiche, anche senza, ma qui sarebbe necessario un più approfondito studio, dicevo anche senza l’autorizzazione al mutamento di destinazione, purchè si rispettino i dettami di cui all’art. 6 L.R 11/81, ovvero la concessione a cooperative locali. Inutile ribadire che ogni profitto deve essere reinvestito sempre sui terreni stessi ed alle attività loro collegati (art. 8) senza possibilità di altro utilizzo. Ritengo necessaria però, la previsione della stessa, ad abundantiam, nei regolamenti comunali per l’esercizio degli usi civici. Regolamenti che in provincia di Salerno, hanno pochissimi comuni e che sono obbligatori, pena il commissariamento. Il dato preciso è che dei 153 comuni della provincia salernitana, ben 145 hanno terreni di uso civico. Di questi, forse circa 18 hanno i regolamenti.
In ultimo si richiami l’attenzione degli enti preposti al corretto svolgimento dell’attività agrituristica, in ossequio alla nuova normativa regionale, in particolare all’articolo 10, che disciplina la connessione e la prevalenza. Per cui non si abbiano a vedere agriturismi sorti su terreni di uso civico che propongono nei loro menù piatti a base di molluschi, crostacei, ecc., chiaramente prodotti non di loro produzione, né tantomeno agriturismi che diventino poi dei veri e propri hotels, tanto da poter ospitare ricevimenti da centinaia di persone. Sarebbe una doppia violazione di legge, prima della Legge sugli usi civici, che non permetterebbe l’esercizio di tale attività industriale, poi della legge in materia di agriturismo. Su questo devono esercitare le proprie competenze gli enti preposti:comuni provincie e regioni, in osservanza degli articoli 4, 5, e 6 della precitata Legge Regionale 15/2008. Ribadisco quanto già dissi in altre occasioni, e cioè che ogni violazione di legge in materia di usi civici, può configurare una violazione all’art. 9 della Cost, che tutela il paesaggio, oltre che di altre leggi in materia ambientale, per cui ci si potrebbe appellare all’art. 141 comma 1 lettera “A” del D.Lgs 267/2000 (Testo Unico Enti Locali) e all’ Art. 126 Cost. che prevedono lo scioglimento rispettivamente dei consigli comunali e regionali.
Spiace ricordare che la provincia non ha competenze specifiche in materia, salvo che quelle di controllo sui reati ambientali, con la polizia provinciale, e sulle attività commerciali, tramite l’ufficio annona, oltre quelle già ricordate poc’anzi.
Per tanto si è detto.

lunedì 7 settembre 2009

EVENTO NEL PARCO NAZIONALE DEL CILENTO

Università degli Studi di Salerno

Dipartimento di Diritto pubblico generale
e teoria delle istituzioni
Cattedra di Diritto Costituzionale m/z

Centro studi sugli usi civici e i demani nell’Italia Meridionale
http://www.cesducim.blogspot.com/
con il patrocinio del Collegio dei Geometri di Salerno

sabato 26 settembre 2009 ore 10,30

AGRITURISMO E USI CIVICI
evento my park 2009
Incontro-forum di discussione sull’utilizzo dei terreni di uso civico per attività agrituristiche per i giovani del Parco del Cilento e altre problematiche tipiche dell'uso civico

saluti delle autorità

Assessore all'Agricoltura, Foreste, Incendi boschivi, Tutela degli animali
della Provincia di Salerno,
dott. Miano Mario

intervengono

Emanuele Salsano, Ciro Robustelli, Luigi Cesare Oliveti, Pietro D’Angiolillo, Giovanni Clemente, Giuseppe Di Genio, Giovanbattista Venneri, Francesco Tomasco, Michele Labriola, Ignazio Formosa


Agriturismo “La Casa Vecchia”
Via Piano della Torre
Ascea paese (direzione Pisciotta)

0974972196

3356797337

mercoledì 19 agosto 2009

PROGETTO MINISTERIALE DI CONCESSIONE DELLE TERRE DEMANIALI AI GIOVANI: IDEA INTERESSANTE MA GIA' PRESENTE NEI REGOLAMENTI DI USO CIVICO IN ITALIA

APPLICATO FINALMENTE DAL MINISTRO ZAIA IL MODELLO DI GESTIONE GIA' NOTO PER I TERRENI DEMANIALI DI USO CIVICO

Terra e giovani, Zaia: il futuro dell’agricoltura italiana nasce ogni giorno

30/07/2009
"Il Piano nobile del Ministero ha da oggi i volti dei ragazzi che ho incontrato in questi mesi di Governo: per loro abbiamo pensato il progetto Terra e Giovani, approvato ieri dalla Camera dei Deputati insieme al Decreto anticrisi. Vogliamo così favorire e incentivare l'accesso delle giovani generazioni al mondo dell'agricoltura e al mercato fondiario. I ragazzi sono il futuro". Con queste parole il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia ha inaugurato la nuova galleria di immagini esposte nel Piano nobile del Ministero e raccolte nel volume "La terra siamo noi": i volti dei tanti giovani che il Ministro stesso ha incontrato in questi 15 mesi alla guida del dicastero di via XX settembre. L'inaugurazione è avvenuta alla presenza dei rappresentanti del mondo agricolo, dei dirigenti del Ministero, dell'ICQ, del Corpo Forestale dello Stato e dei Carabinieri Politiche Agricole e di due giovani, Devis Pilonato e Milva Zeoli, di 32 e 23 anni rispettivamente, che lavorano nelle aziende agricole delle loro famiglie e hanno raccontato la loro esperienza di giovani in agricoltura. Le immagini sono state presentate al pubblico oggi, simbolicamente il giorno dopo il via libera, da parte della Camera dei Deputati, al Decreto anticrisi contenente anche il progetto "Terra e Giovani", fortemente voluto dal Ministro Zaia e destinato ai giovani aspiranti imprenditori agricoli.Secondo tale progetto, che ora, insieme al Decreto, passerà al vaglio del Senato, l'Agenzia del demanio cederà in affitto i terreni, i beni agricoli di proprietà dello Stato e degli enti pubblici ai giovani agricoltori, sulla base degli indirizzi adottati con decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, di concerto con il Ministro dell'Economia e delle Finanze. Per monitorare l'andamento dell'iniziativa, sarà predisposta una relazione annuale, anche in vista di un possibile futuro acquisto da parte dei giovani delle terre affittate."Come Cornelia disse, riferendosi ai figli, cioè ai Gracchi, 'questi sono i miei gioielli', i giovani – ha detto ancora Zaia - sono il cuore pulsante del rilancio del settore. Oggi gli imprenditori con meno di 40 anni che guidano aziende agricole sono soltanto il 10% del totale. Dobbiamo far crescere questa percentuale, dare nuova linfa alla nostra agricoltura agevolando l'accesso dei giovani alle terre, che oggi costano troppo; al lavoro agricolo, che deve essere più remunerativo". L'incontro con la stampa di oggi è stata anche l'occasione per presentare il bilancio degli ultimi sei mesi di lavoro al Mipaaf e sottolineare i risultati raggiunti e gli obiettivi futuri."Voglio ricordare un provvedimento simbolico della nostra politica agricola – ha detto Zaia - quello sull'etichettatura dell'olio che segna l'inizio di una nuova stagione all'insegna della trasparenza e della sicurezza alimentare. Proseguiremo la nostra battaglia perché anche il latte abbia etichette trasparenti e chiare a tutela dei consumatori e del lavoro dei nostri produttori".
› Leggi il volume "La terra siamo noi", donato ai giornalisti, consultabile on-line sul sito di AIOL