sabato 27 marzo 2010

RELAZIONE DEL DOTT. VENNERI AL CONVEGNO DI ROSSANO (CS) DEL 22.3.2010

EVOLUZIONE NEL TEMPO DELLE FORME DI ECONOMIA, SUI TERRENI D’USO CIVICO.
22-MARZO-2010 Rossano- (CS)
(del dr. Leonardo Giambattista Venneri cell.: 335-452517, mail: leo.venneri@katamail.com)

L'uso civico è indissolubilmente legato alle sorti dell'umanità, da quando essa ha cominciato ad organizzarsi in società.
Come più volte da me ripetuto, l'uso civico è definibile "fenomeno vivente in continua evoluzione", la stessa definizione che sul dizionario Italiano è data della parola “lingua”.
E più avanti capiremo perchè.
Con l’aiuto di alcune immagini e soprattutto delle vignette dell’amico Corrado Lucibello (fig. 0) ho inteso riassumere, semplificando, l'evoluzione dell'uomo in 3 stadi.
La figura 1 mostra un uomo primitivo agli albori della sua comparsa, il cosiddetto “homo erectus”, che comparve circa 1-1.5 milioni di anni fa, e rappresenta appunto un uomo primitivo che comincia a prendere coscienza della sua superiorità sul resto del mondo, utilizzando i primi strumenti, estensioni delle mani, con i quali sopperire, modellati dall'ingegno, all'assenza di armi naturali, vale a dire denti od artigli.
Il secondo step dell'evoluzione,(Fig. 2) ci presenta l'homo sapiens, vissuto tra i 250-200.000 anni fa che, a differenza del suo predecessore, conosce ed ha imparato ad usare il fuoco, la ruota, lentamente arriva a plasmare i primi metalli, sebbene in modo rudimentale, ma soprattutto comincia ad organizzarsi in società, con lo sviluppo del linguaggio e dei sistemi di comunicazione.
Insomma si creano le prime forme di cooperazione sociale, da cui poi si sviluppano le regole comportamentali, le usanze, i riti e le tradizioni.
In ultimo, fig. 3, abbiamo l’homo economicus, molto spesso colluso o confuso con il suo contemporaneo, l’homo politicus, che rappresenta l’ultimo stadio dell’evoluzione umana, e questo ci fa riflettere sul fatto che non sempre ci si evolve verso il meglio.
In modo più dettagliato e meno romanzesco l’evoluzione umana è raccontata dai libri di storia. Abbiamo ancora qualche figura, liberamente tratta da internet.( fig. 1-bis e 4)
Ma quello che sui libri non si trova o meglio non sempre è chiaramente descritto, è la presenza di quella forma di organizzazione a sfondo economico che può ricomprendersi nella categoria degli usi civici. L’uso civico è storicamente documentato nell’antichità a partire dalla “χοίνη χωρα ” ovvero il “territorio comune” delle colonie greche della Magna Graecia. Esso era una sorta di riserva collettiva da cui i coloni traevano sostentamento, ciascuno in base alle proprie esigenze.
Ancora un altro esempio è dato dalle arimannie germaniche.
L’uso civico continua ad essere presente in tutto il medio-evo, ed in seguito, evolvendosi giuridicamente con le leggi eversive dalla feudalità, fino ad arrivare all’unità d’Italia ed alla prima legge di riordino (la 1766 del 16/06/1927), si arriva ai giorni nostri, con il conferimento dei poteri legislativi alle regioni, per quanto non di competenza statale (DPR 616/77).
Parallelamente all’evoluzione dell’uomo, abbiamo un’evoluzione dell’economia, che possiamo riassumere sempre con vignette, o immagini liberamente tratte da internet, e che rispecchiano i tre stadi del’evoluzione umana. Tale evoluzione economica è strettamente connessa all’uso civico, essendo esso profondamente legato alla storia dell’uomo in quanto dall’uso civico l’uomo traeva sostentamento e guadagno.
Abbiamo pertanto:

1) ECONOMIA DI SUSSISTENZA, O SOPRAVVIVENZA OD ESSENZIALE;
2) ECONOMIA DI CONCORRENZA, O ASSISTENZA, O DI AUSILIO AL REDDITO;
3) ECONOMIA DI CONSISTENZA, O DI MERCATO O DI ALTA REDDITIVITA’.

La prima forma di economia è quella che io definisco di sussistenza, o sopravvivenza. (fig. 5 )
E’ caratterizzata da una forma di sfruttamento delle risorse oltremodo arcaica e primitiva, ridotta all’osso,vuoi per l’assenza di strumenti adatti ad uno sfruttamento più razionale, vuoi per l’assenza di esigenze più evolute e complesse rispetto alla semplice sopravvivenza rivolta all’aspetto del quotidiano.
In questa fase, l’uomo è principalmente raccoglitore e cacciatore, poco coltivatore. Un agricoltore in erba insomma. Comincia a sfruttare la terra con mezzi insufficienti a dare frutti soverchianti le necessità basilari, e si organizza per una forma di rudimentale allevamento di bestiame. Quest’economia è quella di base, direi essenziale.
Come “USI ESSENZIALI” sono definiti nell’uso civico i diritti di pascolare ed abbeverare il bestiame, il diritto di raccogliere legna per sé, ed il diritto di semina.
Vale a dire i diritti essenziali per una sopravvivenza molto spesso ai limiti del decoro. Come recita la già citata legge del 1927 all’articolo 4, che li definisce essenziali << se il personale esercizio si riconosca necessario per i bisogni della vita >>.
Tale classificazione degli usi civici è la riprova della correlazione tra economia ed uso civico nella storia dell’uomo. Essenziali sono gli usi civici il cui esercizio è correlato al soddisfacimento dei bisogni primari dell’uomo, essenziale è la prima forma di economia, sempre agricola, che si affaccia nella storia dell’uomo.
E nella storiografia, la condizione del servo della gleba è quella che meglio incarna questo primo stadio dell’economia.
Successivamente, con lo sviluppo di nuove tecniche o tecnologie, passiamo ad una forma di economia alquanto più evoluta e che definirei di concorrenza ovvero di ausilio al reddito.
Una forma di economia che ha superato il soddisfacimento dei bisogni primari, che ormai sono sufficientemente risolti, e che diventa di sostegno o meglio di incremento al reddito base.
E’ un’economia che consente di avere un tornaconto che ecceda quello necessario al sostentamento personale e familiare. A questa forma di economia possiamo collegare sempre ai sensi dell’articolo 4 della già citata legge 1766 del 1927, gli “USI UTILI”, ovvero quelli compresi prevalentemente a scopo di industria.
L’agricoltura si è evoluta, ( fig. 6) l’uomo ha scoperto nuovi attrezzi per lavorare al meglio il terreno, si affida ad opere d’ingegno, quali l’ingegneria idraulica, per garantire un’irrigazione costante dei campi, o ricavare forza motrice da impiegare nel lavoro, sostituendo lentamente la forza animale. Passiamo dai mulini ad acqua, ai mulini a vento, fino ad arrivare all’era del vapore, e poi dell’elettricità.
Questa forma di economia è quella che permette all’uomo di evolversi da semplice contadino, rozzo e primitivo, a mediocre borghese. Status sociale che con abilità nel commercio lo porteranno in seguito, a diventare un ricco borghese.
Siamo alla fase due dell’uso civico, quello che parla appunto di “usi utili”.
Utili a migliorare la propria qualità di vita, essendo i bisogni primari già stati adeguatamente soddisfatti. Con l’evoluzione delle tecnologie, l’uomo passa da raccoglitore di frutti o di legna secca, ad industriale boschivo o imprenditore agricolo.
Se prima con la forza delle sue braccia poteva dissodare e coltivare una limitata estensione di terreno, o tagliare legna appena sufficiente per i suoi bisogni,o limitarsi a raccogliere quanto la terra gli offriva spontaneamente, ( il ruspo, il ghiandatico, lo spicilegio) ora con l’ausilio delle macchine, (fig. 7) arriva a coltivare importanti estensioni di terreni, e a poter tagliare un intero bosco in pochi giorni al fine di commercializzarne il legname.
O cavar pietre in quantità tale da costruire intere città.
Il motivo per cui insisto su questo secondo stadio, vale a dire di concorrenza al reddito base, sarà presto chiaro, dopo un breve cenno al terzo stadio dell’evoluzione economica.
Quest’ultimo può essere definito dell’economia di consistenza, ovvero della cosiddetta economia di mercato ad alta redditività (fig.8).
E’ quella forma di sfruttamento intensivo finalizzata strettamente alla produzione di reddito, anzi di alto reddito, un reddito di qualità, non più strettamente di base o di sopravvivenza, ma di una forma di ricchezza paragonabile a quella proveniente dalle alte speculazioni edilizie o finanziare.
Nella nostro Paese, sui terreni di uso civico, possiamo dire che le prime due forme di economia, quella di sussistenza e di concorrenza, si sono realizzate dove prima e dove poi, completamente in tutto il territorio.
Invece la terza non ha avuto nel meridione lo stesso sviluppo che ha avuto nel settentrione, e laddove si è cercato di praticarla, l’economia di mercato o di consistenza, non ha avuto sempre uno sviluppo sostenibile.
Chi ha ancora qualche nonno in casa, potrà certamente intervistarlo sull’argomento e vedere come la propria famiglia si è evoluta economicamente grazie all’uso civico.
Il nostro avo potrà di sicuro testimoniare come agli inizi del secolo dalla terra si riusciva a stento a ricavarne di che sopravvivere, molto spesso, pagate le tasse od i tributi, non restava danaro a sufficienza per mangiare ed acquistare le sementi per il raccolto dell’anno successivo, cosicchè non di rado si doveva scegliere se mangiare oggi, o mangiare domani.
Poi man mano che si è andati avanti nel tempo e nuove forme di agricoltura si sono sviluppate, grazie anche al progresso scientifico-tecnologico, dalla terra si traeva a sufficienza per vivere e mettere qualcosa da parte.
E’ così che i nostri nonni han potuto far studiare i nostri genitori, farli migliorare nella scala sociale.
La seconda forma di economia è quella che maggiormente si è sviluppata sui terreni di uso civico del Mezzogiorno. Il piccolo pezzo di terra dato in concessione, o la possibilità di pascolare su larghe estensioni di terra, soddisfatti i bisogni primari, ha consentito la produzione di un reddito tale da produrre ricchezza. Certo non sconfinata ricchezza, ma tale da garantire una certa indipendenza economica.
Diversamente, la terza forma di economia, quella di alta produzione e redditività è inesistente e, laddove esista è a discapito della collettività in quanto non eco-sostenibile.
Il paragone può essere fatto con i nostri fratelli del Nord-Italia, in particolare se si guarda alle regole Ampezzane, dove dallo sfruttamento eco-sostenibile dei beni d’uso civico, si è creata un’economia di alta redditività e tale da garantire lavoro e prosperità all’intera collettività, senza perdere di vista la tutela dello stesso bene di uso civico.
Uno sfruttamento intensivo ma non eccessivo, tale cioè da garantire alto reddito, ma basso impatto ambientale.
Di contro nel nostro mezzogiorno siamo ancora fermi al secondo stadio dell'economia, quella di concorrenza, e vi posso assicurare che in alcuni angoli sperduti del profondo Sud, resistono ancora sacche di "sussistenza".
Più che parlare del passato, dovremmo parlare del futuro, delle occasioni che si possono generare da uno sfruttamento eco-sostenibile dei terreni di uso civico nelle nostre Regioni.
L'evoluzione della tecnologia e del corpus normativo, hanno prodotto strumenti idonei al passaggio dall'economia di concorrenza all'economia di consistenza, occorre saperli sfruttare al meglio.
Mi riferisco alla possibilità di produrre energie cosiddette “da fonti rinnovabili” sui terreni di suo civico, impianti eolici, impianti fotovoltaici, impianti a biomassa, addirittura la possibilità di contribuire alla risoluzione del problema rifiuti.
Secondo un'evoluzione logica del pensiero, e senza troppe filosofie, a mio avviso finanche un impianto di compostaggio è compatibile con la destinazione d'uso di un terreno di uso civico, senza necessità di un mutamento di destinazione, se realizzati sui terreni di categoria "B", ovvero quelli “convenientemente utilizzati a coltura agraria”.
Tale considerazione giuridica mi sovviene riferendomi alla L.R. Campania 11 del 1981, che all'art. 6, ne contempla la concessione ad imprese cooperative locali.
Per cui tramite l'affidamento a cooperative di cui i comuni o le associazioni agrarie o di frazionisti sono soci, è a mio avviso possibile realizzare detto sito di compostaggio,per la produzione di concime da utilizzare sugli stessi terreni di uso civico, o in caso di eccedenza, da vendere e reinvestirne i proventi sempre sui terreni di uso civico.
Tale forma di utilizzo è, ripeto, compatibile con la destinazione agricolo-colturale dei terreni, fatte salve le altre disposizioni normative circa la realizzazione del suddetto sito di compostaggio, che lo rende attuale senza doverne mutare la destinazione d'uso con farraginosi procedimenti regionali. Infatti non si va a stravolgere il terreno con fantasiosi progetti di piazze, fontane od altro, ma a creare un sito dove realizzare in modo naturale del concime.
Cosa che sui terreni di uso civico, già i nostri avi facevano, quando per eliminare i pochi rifiuti che all’epoca si producevano, li seppellivano in un fosso scavato nel terreno, per trasformarli in “humus” ricco di azoto ricavando concime, merce preziosa per l’epoca, e non sempre reperibile.
La legge Calabria n° 18/07,parla di questa possibilità all'art. 23.
Diversamente, ove non previsto dalle leggi regionali, si può far riferimento all'art. 23 della L. 1766 del 1927, che recita: <>.
Per le zone dove non è praticabile tale "escamotage legislativo", si ricorrerà alla procedura di mutamento di destinazione sui terreni che la prevedono, quelli di categoria “A”.
Ma della legge Regione Calabria 18/07, ne parleremo meglio in una successiva occasione, sviscerando le innovazioni e le problematiche che contemporaneamente contiene in sé.
Tornando alle possibili forme di economia praticabili sui terreni di uso civico, abbiamo la novità dell’ultim’ora.
Un’altra nuova forma di valorizzazione per tali terreni è la possibilità offerta dal protocollo di Kyoto in merito ai cosiddetti "crediti di Carbonio".
In pratica per limitare o contrastare l'eccessiva produzione di CO2, si fa ricorso a tale procedura che potremo semplificare così: chi produce CO2 (anidride carbonica - gas ritenuto responsabile dell’effetto serra), deve compensarla con un assorbimento della stessa.
Ora le strade sono due, o ridurne le emissioni con costosissimi procedimenti di riqualificazione-ristrutturazione industriale, o recuperare fonti di O2 (ossigeno) altrove.
E qui che si sta aprendo la nuova frontiera della corsa all'oro.
Stavolta non più rappresentato dalla gialla materia, ma dai millenari boschi, per lo più di uso civico, delle nostre terre.
I boschi fatta una somma algebrica tra la CO2 assorbita e quella prodotta, danno un fattore di credito in termini di CO2, utilizzabile per compensare quella prodotta industrialmente.
Esempio: un bosco di un ettaro produce per via della respirazione CO2 per un volume di 1 tonnellata annua. Di contro, è capace di assorbire, sempre a causa della fotosintesi, CO2 per un valore di 11 tonnellate annue. Per cui da 11-1 si ha un bilancio positivo di 10 tonnellate annue di CO2 che vengono “smaltite” dal nostro bel bosco.
Questo comporta la possibilità di avere, nell’ambito dei complessi meccanismi di controllo del protocollo di Kyoto, un valore misurato in “crediti di carbonio”, concorrenti a rispettare le soglie di emissione. Ovvero si rispetta la soglia di emissione, pur producendo la stessa quantità di gas CO2, che però viene assorbito dai boschi di cui si è proprietari o utilizzatori. E’ un meccanismo complesso che eventualmente affronteremo in una successiva discussione, sul tema specifico.

martedì 16 marzo 2010

VOLER BENE ALL'ITALIA - MANIFESTAZIONE DEL 9 MAGGIO 2010


VOLER BENE ALL’ ITALIA

Domenica 9 Maggio torna Voler Bene all’ Italia, la festa dei piccoli comuni italiani che celebra la forza di questi territori, per riscoprirne tesori, paesaggi, saperi e sapori.
Il CESDUCIM partecipa all'iniziativa con una passeggiata nel verde cilentano.


http://www.piccolagrandeitalia.it/

giovedì 31 dicembre 2009

IL c.d. FEDERALISMO DEMANIALE RIGUARDA ANCHE GLI USI CIVICI ? DUBBI E PERPLESSITA'

da Repubblica del 31.1.2009

ECONOMIA
Il decreto di fine anno trasferisce agli enti locali il patrimonio demaniale da vendere
Corsia preferenziale per i costruttori. La denuncia dei Verdi: "Una speculazione"
Caserme, castelli, spiagge
saldi di Stato sul territorio

di GIOVANNI VALENTINI



ROMA - Si annuncia come la più colossale svendita di Stato che sia stata mai concepita. Altro che privatizzazioni all'inglese, modello Thatcher o Blair. Qui siamo alla liquidazione totale del demanio statale.

Si svende un enorme patrimonio pubblico che appartiene a tutti i cittadini: settentrionali e meridionali, ricchi e poveri, di destra e di sinistra.
Il decreto legislativo sul cosiddetto "federalismo demaniale", varato dal Consiglio dei ministri alla vigilia di Natale e rimesso ora all'esame delle competenti Commissioni parlamentari, prevede il trasferimento dei beni statali a Comuni, Province e Regioni, con la dismissione in massa di edifici pubblici, caserme e altre installazioni militari, terreni, spiagge, fiumi, laghi, torrenti, sorgenti, ghiacciai, acquedotti, porti e aeroporti.

E come denuncia il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, una volta approvato definitivamente potrebbe innescare "la più grande speculazione edilizia e immobiliare nella storia della Repubblica".
Sono in tutto sette gli articoli del provvedimento, presentato dal ministro della Semplificazione Normativa, il leghista Roberto Calderoli. Un grimaldello legislativo per forzare la "mano morta" che blocca, come si legge nella relazione introduttiva, "un patrimonio abbandonato e improduttivo".

Ma proprio in nome della semplificazione e della valorizzazione, due esigenze entrambe apprezzabili, si rischia in realtà di scardinare una cassaforte che contiene beni collettivi inalienabili: compresi quelli "assoggettati a vincolo storico, artistico e ambientale che non abbiano rilevanza nazionale", come si legge all'articolo 4.

L'opposizione dei Verdi, a cui non possono non aderire gli ambientalisti più avvertiti e sensibili, punta in particolare contro due norme considerate devastanti. La prima (art.5, comma b) stabilisce che la delibera del piano di alienazione e valorizzazione da parte del Consiglio comunale "costituisce variante allo strumento urbanistico generale": in pratica, un meccanismo automatico di modifica dei piani regolatori, al di fuori di qualsiasi logica e programmazione.

L'altra norma controversa è quella che semplifica le procedure per l'attribuzione dei beni statali ai fondi immobiliari (art. 6): "Si tratta - commenta Bonelli - di un maxi-regalo alle grandi famiglie dei costruttori che hanno già saccheggiato il territorio italiano, attraverso lo sfruttamento del territorio e la speculazione edilizia".

In attesa di un censimento completo, previsto dallo stesso provvedimento, i dati dell'Agenzia del demanio registrano 30 mila beni in gestione, di cui 20 mila edifici (67%) per 95 milioni di metri cubi e 10 mila terreni (33%) per 150 milioni di metri quadrati. Il demanio militare occupa lo 0,26% del territorio nazionale, pari a 783 chilometri quadrati, prevalentemente in Friuli Venezia Giulia e in Sardegna, dove si trova il poligono di Capo Teulada (72 chilometri quadrati). Seguono, con superfici minori, il Lazio e la Puglia.

Nessuno può negare onestamente che buona parte di questo ingente patrimonio versi in stato di abbandono, affidato all'incuria o comunque alla mancanza di risorse per la sua valorizzazione. Dallo Stato centrale agli enti locali, spesso si gioca allo scaricabarile, nell'incertezza delle competenze e delle responsabilità.

Ma il trasferimento in blocco di questi beni ai Comuni, alle Province e alle Regioni, allo scopo dichiarato di fare cassa, minaccia di impoverire alla fine la ricchezza nazionale in funzione di un malinteso federalismo, come se un certo pezzo d'Italia fosse proprietà esclusiva di una determinata comunità.

Chi ha il diritto di stabilire, per esempio, che una spiaggia della Sardegna, della Sicilia o della Puglia appartiene soltanto a quella Regione? Chi ha l'autorità di alienare un bene storico, artistico o ambientale d'interesse locale? E ancora, chi può disporre di infrastrutture come acquedotti, porti e aeroporti, che per loro natura servono aree più ampie ed estese?

Al di là della necessità di rispettare i piani urbanistici, se non altro per evitare l'impatto negativo di varianti automatiche, è auspicabile dunque che il decreto legislativo sul "federalismo demaniale" venga modificato e corretto durante l'iter parlamentare, come reclamano i Verdi, almeno su due punti fondamentali: da una parte, l'esclusione dei beni storici e artistici dall'elenco delle dismissioni; dall'altra, l'introduzione dei vincoli di destinazione e uso per i terreni o gli edifici statali.

Non è concepibile cedere un castello o un museo a un soggetto privato, solo perché il bene in questione non è considerato di "rilevanza nazionale". Mentre si può pensare di alienare legittimamente un'area abbandonata o una caserma, purché venga destinata a funzioni sociali: ospedali, centri di assistenza, istituti scolastici, parchi pubblici o impianti sportivi. Altrimenti, più che di semplificazione e valorizzazione, si dovrà parlare - appunto - di svendita e liquidazione.

© Riproduzione riservata (31 dicembre 2009)

lunedì 2 novembre 2009

RISCHIO IDROGEOLOGICO PER I TERRENI DEL SALERNITANO


dossier da Corriere.it

A rischio idrogeologico il 99% dei comuni salernitani

Legambiente e Protezione Civile: Le amministrazioni municipali non rispettano i vincoli edificatori

SALERNO — L’ultimo rap­porto «Ecosistema Rischio», stilato da Legambiente Cam­pania, boccia la provincia di Salerno Che, rispetto alle altre quattro province campane, conta 157 su 158 comuni a ri­schio idrogeologico. «Il 99% della amministrazioni locali sono a rischio» sostiene l’as­sociazione ambientalista, che, nella consueta relazione an­nuale, assegna la maglia nera proprio alla provincia di Saler­no. Denunciando che l’81% delle amministrazioni che hanno risposto al monitorag­gio avviato da Legambiente ha reso edificabili aree golena­li, alvei di fiumi e aree a ri­schio frana. In alcuni comuni salernita­ni (il 25% per la precisione) ci sono interi quartieri nati in zo­ne rosse. E non solo. Nelle zo­ne a rischio idrogeologico so­no sorte anche strutture e fab­bricati industriali «con grave rischio — emerge dall’inchie­sta effettuata da Operazione Fiumi, la campagna di sensibi­lizzazione e prevenzione orga­nizzata da Legambiente e dal dipartimento della Protezio­ne civile — non solo per l’in­columità dei dipendenti, ma anche per eventuali sversa­menti di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni». Gli ambientalisti lanciano così una pesante denuncia su un presunto legame tra gli abusi edilizi edificati in zone a ri­schio idrogeologico e l’inqui­namento delle falde acquifere e del territorio. Alta la percentuale delle scuole costruite in zone a ri­schio. La settimana scorsa a stilare una mappa degli istitu­ti scolastici realizzati in aree da bollino rosso ci ha pensato l’Ance Salerno dopo la pubbli­cazione dei dati emersi da una indagine della Cresme su commissione Dexia Crediop. Individuando ben 162 edifici a rischio tra scuole e ospedali e piazzando Salerno al terzo posto nella classifica dei co­muni con il maggior numero di edifici pubblici realizzati in zone a rischio. Il rapporto di Legambiente Campania lancia, poi, l’affon­do finale, non salvando nean­che uno dei comuni della pro­vincia salernitana. Anzi, dise­gnando una mappa del territo­rio provinciale che desta anco­ra più allarme e preoccupazio­ne, perché nel monitoraggio capillare dell’associazione am­bientalista finiscono anche al­berghi e campeggi. Tutto ciò sarebbe stato possibile, secon­do il dipartimento della Prote­zione civile, anche in dispre­gio dei vincoli edificatori che, almeno nei vari piani regola­tori generali dei singoli comu­ni, compaiono. Ma, anche sul versante urbanistico, i conti non tornano. Perché, se da un lato il 76% delle amministrazioni comu­nali impone vincoli edificato­ri nei piani regolatori, dall’al­tro lato la percentuale aumen­ta (arrivando fino all’81%) se si considerano i comuni che hanno permesso la realizza­zione proprio nelle aree a ri­schio. Di delocalizzazioni, poi, neanche a parlarne. Solo nell’otto per cento dei casi so­no state avviate le procedure per trasferire le abitazioni in aree sicure. Per gli impianti in­dustriali, invece, nessuna de­localizzazione. «Ancora una volta constatiamo come i co­muni della Campania non ab­biano complessivamente mes­so le tematiche di prevenzio­ne di alluvioni e frane tra le priorità del loro lavoro» com­menta Paola Tartabini, porta­voce di Operazione Fiumi.
Angela Cappetta © RIPRODUZIONE RISERVATA 02 novembre 2009

sabato 24 ottobre 2009

USI CIVICI. IL CASO CASTELSANDRA IN CAMPANIA

segnalato dal dott. Venneri
23/10/2009

Castellabate. Hotel Castelsandra: il Consiglio di Stato (IV Sezione) ha bloccato (per il momento) le ruspe di Comune, Regione ed Ente Parco, gli enti che stavano per attivare le procedure di esecuzione delle opere di demolizione di 25 villette abusive. I giudici romani di Palazzo Spada hanno accolto la domanda cautelare, proposta in calce al ricorso di appello, e, per l’effetto, hanno sospeso l’efficacia della sentenza (è la numero 19 del 12 gennaio 2009) del Tar di Salerno di rigetto del ricorso della società (in liquidazione) Hotel Castelsandra di Romano Leonilde & C. Sas. Con l’ordinanza depositata mercoledì scorso, il Consiglio di Stato ha considerato che l’azione amministrativa del Comune, volta a dare esecuzione al progetto di demolizione del 1° lotto delle opere edilizie abusive del complesso Hotel Castelsandra, la cui legittimità è stata statuita dalla sentenza impugnata con l’attuale gravame, pone problematiche che meritano particolare approfondimento. Tutto avverrà con la sentenza definitiva di merito, appunto. In particolare, ad avviso del collegio giudicante, l’indagine giuridica deve riguardare la valenza del verdetto del Commissario degli usi civici, la pendenza della istanza di alienazione dei beni, la pendenza delle istanze di condono edilizio, il titolo abilitativo che si sarebbe formato per silenzio assenso e la competenza della giunta comunale a disporre la misura sanzionatoria. Il Consiglio di Stato, inoltre, ha evidenziato che, sotto il profilo del danno, la disposta demolizione integra gli estremi del grave ed irreparabile pregiudizio, che la società Hotel Castelsandra verrebbe a patire in conseguenza della esecutività della sentenza appellata di primo grado (non sospesa), Dopo la sentenza del Tar, favorevole al Comune, aveva ripreso efficacia la gara di appalto di abbattimento delle villette, aggiudicata a dicembre del 2007 all’Ati Areda Insalata-Manna. Il relativo progetto, approvato dalla giunta guidata dal sindaco Costabile Maurano, era stato finanziato dalla Regione per 600mila euro. Le 25 villette abusive sorgono sull’area, appartenente al demanio, circostante l’Hotel Castelsandra, nel 1992 confiscato dal Tribunale di Napoli perché il socio Antonio Agizza, ora deceduto, aveva legami con il clan camorristico dei Nuvoletta. Due anni dopo, la Corte di Cassazione assolveva con formula piena l’Agizza, imputato del reato di partecipazione ad associazione a delinquere di stampo mafioso, e qualche tempo dopo la Corte di appello di Napoli annullava la confisca degli immobili, transitati, nel frattempo, nella disponibilità dell’Agenzia del Territorio. Il Comune ha più volte ribadito la volontà di conservare le opere non abusive del complesso immobiliare Castelsandra e di destinarle a fini di pubblico interesse. Il ricorso in Consiglio di Stato della società Hotel Castelsandra é stato presentato dall’avvocato Lorenzo Lentini. Nella causa sono intervenuti gli avvocati Roberto Giuffrida (Comune) e Lidia Buondonno (Regione). Il collegio giudicate romano era composto dal presidente ff Pier Luigi Rodi, dall’estensore Giuseppe Romeo e dai consiglieri Antonino Anastasi, Sergio De Felice e Sandro Aureli.
Sabato Leo da Il Mattino

lunedì 12 ottobre 2009

PREMIO NOBEL A ELINOR OSTROM STUDIOSA DI USI CIVICI E PROPRIETA' COLLETTIVE



"....per aver dimostrato come la proprietà pubblica possa essere gestita dalle associazioni di utenti....."

osservazione del Cesducim:
(forse allora mi permetto di ri-sottolineare sulla vecchia diatriba usi civici-proprietà collettive che la c.d. proprietà collettiva è una proprietà pubblica)


da corriere.it

Premiati per le loro ricerche sull'organizzazione della cooperazione nella governance
Assegnato a Elinor Ostrom e Oliver Williamson il Nobel per l'Economia
La Ostrom, 76 anni, statunitense, è la prima donna ad aver vinto il riconoscimento nella categoria Elinor Ostrom (a destra) e Oliver Williamson STOCCOLMA (SVEZIA) - Elinor Ostrom e Oliver Williamson , entrambi statunitensi, hanno vinto il premio Nobel per l'economia 2009. Sono stati premiati per le loro ricerche sull'organizzazione della cooperazione nella governance economica.
OSTROM - La Ostrom, 76 anni, è la prima donna ad essersi aggiudicata il prestigioso riconoscimento per quanto riguarda l'econonomia. La Olstrom, che insegna alla Indiana University di Bloomington, negli Usa, è una delle massime studiosi delle conseguenze del rapporto tra gli uomini e l'ambiente in particolare delle gestione delle risorse comuni e di come siano state creati nei secoli delle apposite istituzioni per la gestione delle stesse.
WILLIAMSON - Oliver Williamson, 77 anni, che insegna a Berkeley, nella University of California, è invece il creatore della cosidetta Economia Neo-Istituzionalista. Williamson sostiene che ogni organizzazione economica nasce dal tentativo di minimizzare costi di transazione in contesti caratterizzati da contratti incompleti, investimenti specifici, razionalità limitata e opportunismo. Tale circostanza comporta che ogni organizzazione economica soffre di un problema di contrattazione incompleta.
IL RICONOSCIMENTO - La Ostrom, spiega il comitato, «ha dimostrato come le comproprietà possono essere gestite in maniera efficace delle associazioni di utenti». Oliver E. Williamson, ha vinto invece «per la sua analisi della governance economica, in particolare i confini di un'impresa». Con i suoi studi, spiega la motivazione, Williamson «ha mostrato che i mercati e le organizzazioni gerarchiche, a riflesso di quanto avviene nelle aziende, hanno delle strutture di governance alternative che si differenziano per il modo diverso di risolvere i conflitti di interesse». Insieme al premio ai due vincitori vanno 10 milioni di corone svedesi, che equivalgono a poco meno di 1 milione di euro.
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Per sbloccare il potenziale umano serve un'apertura del settore pubblico e di quello privato che incoraggi la soluzione dei problemi da parte dei singoli individui in tutti gli aspetti dell'esistenza. In materia di fornitura e produzione di beni privati - beni relativamente facili da impacchettare e senza grosse esternalità - sappiamo che creare un mercato aperto e competitivo conduce a un incremento degli investimenti e dell'innovazione e a una diminuzione dei prezzi per i consumatori. L'imprenditorialità gioca un ruolo chiave nel settore privato, perché scopre metodi per mettere insieme fattori produttivi eterogenei in modi nuovi e complementari, data la disponibilità di risorse e tecnologia. Nel settore privato, la ricerca del profitto è la spinta trainante per gli imprenditori privati.La fornitura di beni pubblici esige istituzioni diverse da un mercato aperto e competitivo. Sono necessarie istituzioni che incoraggino l'azione collettiva e scoraggino il free-riding. Anche il mercato non è un'istituzione affidabile se mancano regole sulla proprietà, tribunali e polizia.Il linguaggio usato da molti analisti divide il ricco mondo delle istituzioni in una dicotomia improduttiva di "mercato" contro "Stato". Mentre i mercati sono considerati ambiti pubblici e aperti, dove individui e aziende competono tra loro, il settore pubblico viene raffigurato come una gerarchia verticistica con poco spazio per la soluzione dei problemi, se non da parte dei funzionari pubblici di grado più alto. Per sbloccare il potenziale umano, dobbiamo sbloccare il nostro modo di concepire gli assetti istituzionali non di mercato. Dobbiamo aprire il settore pubblico all'imprenditorialità e all'innovazione.Considerando che i benefici dei beni pubblici e delle risorse comuni sono sparpagliati all'interno di una comunità, molti studiosi ignorano la possibilità che imprenditori pubblici locali inventino metodi efficaci per la coproduzione di questi beni e servizi essenziali. Per altro verso, molti studiosi mettono l'accento sulla necessità di leadership nel settore pubblico. Gli studi approfonditi che abbiamo condotto sulla fornitura di servizi nei centri urbani e delle risorse comuni hanno ripetutamente riscontrato comunità di individui, nelle aree urbane e rurali, che si sono autorganizzati per fornire e coprodurre servizi locali di livello sorprendentemente buono considerando le limitazioni con cui devono fare i conti. Molti analisti politici partono dal presupposto che, senza importanti risorse esterne e pianificazione dell'alto, è impossibile fornire beni pubblici e risorse comuni sostenibili. Un simile presupposto assoluto è sbagliato. Se è vero che è sempre difficile trovare metodi efficaci per fornire questi servizi, gli imprenditori pubblici che lavorano a stretto contatto con i cittadini spesso trovano nuovi modi di mettere insieme i servizi, usando un mix di talenti e risorse locali.L'idea preconcetta che i locali non possano occuparsi dei problemi del settore pubblico ha portato in tutto il mondo all'adozione di leggi che assegnano la responsabilità dei servizi pubblici locali a enormi dipartimenti amministrativi dello Stato, spesso non provvisti delle risorse per portare a termine il loro compito. Non è così che si è sviluppata l'Europa. La legislazione contemporanea, che attribuisce ai governi regionali o nazionali la responsabilità dei beni pubblici e delle risorse comuni a livello locale, sottrae ai cittadini l'autorità di risolvere problemi che sono differenti da una località all'altra. Dobbiamo sbloccare le loro capacità e metterli nelle condizioni di essere riconosciuti come cittadini e funzionari pubblici locali con il potere e l'autorità di prendere misure per risolvere problemi locali. Dobbiamo concepire il settore pubblico come un sistema policentrico, e non come una gerarchia monocentrica.
Tratto da «Unlocking Public Entrepreneurship and Public Economies» (2005)
(Traduzione di Fabio Galimberti)
13 ottobre 2009
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