giovedì 31 dicembre 2009

IL c.d. FEDERALISMO DEMANIALE RIGUARDA ANCHE GLI USI CIVICI ? DUBBI E PERPLESSITA'

da Repubblica del 31.1.2009

ECONOMIA
Il decreto di fine anno trasferisce agli enti locali il patrimonio demaniale da vendere
Corsia preferenziale per i costruttori. La denuncia dei Verdi: "Una speculazione"
Caserme, castelli, spiagge
saldi di Stato sul territorio

di GIOVANNI VALENTINI



ROMA - Si annuncia come la più colossale svendita di Stato che sia stata mai concepita. Altro che privatizzazioni all'inglese, modello Thatcher o Blair. Qui siamo alla liquidazione totale del demanio statale.

Si svende un enorme patrimonio pubblico che appartiene a tutti i cittadini: settentrionali e meridionali, ricchi e poveri, di destra e di sinistra.
Il decreto legislativo sul cosiddetto "federalismo demaniale", varato dal Consiglio dei ministri alla vigilia di Natale e rimesso ora all'esame delle competenti Commissioni parlamentari, prevede il trasferimento dei beni statali a Comuni, Province e Regioni, con la dismissione in massa di edifici pubblici, caserme e altre installazioni militari, terreni, spiagge, fiumi, laghi, torrenti, sorgenti, ghiacciai, acquedotti, porti e aeroporti.

E come denuncia il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, una volta approvato definitivamente potrebbe innescare "la più grande speculazione edilizia e immobiliare nella storia della Repubblica".
Sono in tutto sette gli articoli del provvedimento, presentato dal ministro della Semplificazione Normativa, il leghista Roberto Calderoli. Un grimaldello legislativo per forzare la "mano morta" che blocca, come si legge nella relazione introduttiva, "un patrimonio abbandonato e improduttivo".

Ma proprio in nome della semplificazione e della valorizzazione, due esigenze entrambe apprezzabili, si rischia in realtà di scardinare una cassaforte che contiene beni collettivi inalienabili: compresi quelli "assoggettati a vincolo storico, artistico e ambientale che non abbiano rilevanza nazionale", come si legge all'articolo 4.

L'opposizione dei Verdi, a cui non possono non aderire gli ambientalisti più avvertiti e sensibili, punta in particolare contro due norme considerate devastanti. La prima (art.5, comma b) stabilisce che la delibera del piano di alienazione e valorizzazione da parte del Consiglio comunale "costituisce variante allo strumento urbanistico generale": in pratica, un meccanismo automatico di modifica dei piani regolatori, al di fuori di qualsiasi logica e programmazione.

L'altra norma controversa è quella che semplifica le procedure per l'attribuzione dei beni statali ai fondi immobiliari (art. 6): "Si tratta - commenta Bonelli - di un maxi-regalo alle grandi famiglie dei costruttori che hanno già saccheggiato il territorio italiano, attraverso lo sfruttamento del territorio e la speculazione edilizia".

In attesa di un censimento completo, previsto dallo stesso provvedimento, i dati dell'Agenzia del demanio registrano 30 mila beni in gestione, di cui 20 mila edifici (67%) per 95 milioni di metri cubi e 10 mila terreni (33%) per 150 milioni di metri quadrati. Il demanio militare occupa lo 0,26% del territorio nazionale, pari a 783 chilometri quadrati, prevalentemente in Friuli Venezia Giulia e in Sardegna, dove si trova il poligono di Capo Teulada (72 chilometri quadrati). Seguono, con superfici minori, il Lazio e la Puglia.

Nessuno può negare onestamente che buona parte di questo ingente patrimonio versi in stato di abbandono, affidato all'incuria o comunque alla mancanza di risorse per la sua valorizzazione. Dallo Stato centrale agli enti locali, spesso si gioca allo scaricabarile, nell'incertezza delle competenze e delle responsabilità.

Ma il trasferimento in blocco di questi beni ai Comuni, alle Province e alle Regioni, allo scopo dichiarato di fare cassa, minaccia di impoverire alla fine la ricchezza nazionale in funzione di un malinteso federalismo, come se un certo pezzo d'Italia fosse proprietà esclusiva di una determinata comunità.

Chi ha il diritto di stabilire, per esempio, che una spiaggia della Sardegna, della Sicilia o della Puglia appartiene soltanto a quella Regione? Chi ha l'autorità di alienare un bene storico, artistico o ambientale d'interesse locale? E ancora, chi può disporre di infrastrutture come acquedotti, porti e aeroporti, che per loro natura servono aree più ampie ed estese?

Al di là della necessità di rispettare i piani urbanistici, se non altro per evitare l'impatto negativo di varianti automatiche, è auspicabile dunque che il decreto legislativo sul "federalismo demaniale" venga modificato e corretto durante l'iter parlamentare, come reclamano i Verdi, almeno su due punti fondamentali: da una parte, l'esclusione dei beni storici e artistici dall'elenco delle dismissioni; dall'altra, l'introduzione dei vincoli di destinazione e uso per i terreni o gli edifici statali.

Non è concepibile cedere un castello o un museo a un soggetto privato, solo perché il bene in questione non è considerato di "rilevanza nazionale". Mentre si può pensare di alienare legittimamente un'area abbandonata o una caserma, purché venga destinata a funzioni sociali: ospedali, centri di assistenza, istituti scolastici, parchi pubblici o impianti sportivi. Altrimenti, più che di semplificazione e valorizzazione, si dovrà parlare - appunto - di svendita e liquidazione.

© Riproduzione riservata (31 dicembre 2009)

lunedì 2 novembre 2009

RISCHIO IDROGEOLOGICO PER I TERRENI DEL SALERNITANO


dossier da Corriere.it

A rischio idrogeologico il 99% dei comuni salernitani

Legambiente e Protezione Civile: Le amministrazioni municipali non rispettano i vincoli edificatori

SALERNO — L’ultimo rap­porto «Ecosistema Rischio», stilato da Legambiente Cam­pania, boccia la provincia di Salerno Che, rispetto alle altre quattro province campane, conta 157 su 158 comuni a ri­schio idrogeologico. «Il 99% della amministrazioni locali sono a rischio» sostiene l’as­sociazione ambientalista, che, nella consueta relazione an­nuale, assegna la maglia nera proprio alla provincia di Saler­no. Denunciando che l’81% delle amministrazioni che hanno risposto al monitorag­gio avviato da Legambiente ha reso edificabili aree golena­li, alvei di fiumi e aree a ri­schio frana. In alcuni comuni salernita­ni (il 25% per la precisione) ci sono interi quartieri nati in zo­ne rosse. E non solo. Nelle zo­ne a rischio idrogeologico so­no sorte anche strutture e fab­bricati industriali «con grave rischio — emerge dall’inchie­sta effettuata da Operazione Fiumi, la campagna di sensibi­lizzazione e prevenzione orga­nizzata da Legambiente e dal dipartimento della Protezio­ne civile — non solo per l’in­columità dei dipendenti, ma anche per eventuali sversa­menti di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni». Gli ambientalisti lanciano così una pesante denuncia su un presunto legame tra gli abusi edilizi edificati in zone a ri­schio idrogeologico e l’inqui­namento delle falde acquifere e del territorio. Alta la percentuale delle scuole costruite in zone a ri­schio. La settimana scorsa a stilare una mappa degli istitu­ti scolastici realizzati in aree da bollino rosso ci ha pensato l’Ance Salerno dopo la pubbli­cazione dei dati emersi da una indagine della Cresme su commissione Dexia Crediop. Individuando ben 162 edifici a rischio tra scuole e ospedali e piazzando Salerno al terzo posto nella classifica dei co­muni con il maggior numero di edifici pubblici realizzati in zone a rischio. Il rapporto di Legambiente Campania lancia, poi, l’affon­do finale, non salvando nean­che uno dei comuni della pro­vincia salernitana. Anzi, dise­gnando una mappa del territo­rio provinciale che desta anco­ra più allarme e preoccupazio­ne, perché nel monitoraggio capillare dell’associazione am­bientalista finiscono anche al­berghi e campeggi. Tutto ciò sarebbe stato possibile, secon­do il dipartimento della Prote­zione civile, anche in dispre­gio dei vincoli edificatori che, almeno nei vari piani regola­tori generali dei singoli comu­ni, compaiono. Ma, anche sul versante urbanistico, i conti non tornano. Perché, se da un lato il 76% delle amministrazioni comu­nali impone vincoli edificato­ri nei piani regolatori, dall’al­tro lato la percentuale aumen­ta (arrivando fino all’81%) se si considerano i comuni che hanno permesso la realizza­zione proprio nelle aree a ri­schio. Di delocalizzazioni, poi, neanche a parlarne. Solo nell’otto per cento dei casi so­no state avviate le procedure per trasferire le abitazioni in aree sicure. Per gli impianti in­dustriali, invece, nessuna de­localizzazione. «Ancora una volta constatiamo come i co­muni della Campania non ab­biano complessivamente mes­so le tematiche di prevenzio­ne di alluvioni e frane tra le priorità del loro lavoro» com­menta Paola Tartabini, porta­voce di Operazione Fiumi.
Angela Cappetta © RIPRODUZIONE RISERVATA 02 novembre 2009

sabato 24 ottobre 2009

USI CIVICI. IL CASO CASTELSANDRA IN CAMPANIA

segnalato dal dott. Venneri
23/10/2009

Castellabate. Hotel Castelsandra: il Consiglio di Stato (IV Sezione) ha bloccato (per il momento) le ruspe di Comune, Regione ed Ente Parco, gli enti che stavano per attivare le procedure di esecuzione delle opere di demolizione di 25 villette abusive. I giudici romani di Palazzo Spada hanno accolto la domanda cautelare, proposta in calce al ricorso di appello, e, per l’effetto, hanno sospeso l’efficacia della sentenza (è la numero 19 del 12 gennaio 2009) del Tar di Salerno di rigetto del ricorso della società (in liquidazione) Hotel Castelsandra di Romano Leonilde & C. Sas. Con l’ordinanza depositata mercoledì scorso, il Consiglio di Stato ha considerato che l’azione amministrativa del Comune, volta a dare esecuzione al progetto di demolizione del 1° lotto delle opere edilizie abusive del complesso Hotel Castelsandra, la cui legittimità è stata statuita dalla sentenza impugnata con l’attuale gravame, pone problematiche che meritano particolare approfondimento. Tutto avverrà con la sentenza definitiva di merito, appunto. In particolare, ad avviso del collegio giudicante, l’indagine giuridica deve riguardare la valenza del verdetto del Commissario degli usi civici, la pendenza della istanza di alienazione dei beni, la pendenza delle istanze di condono edilizio, il titolo abilitativo che si sarebbe formato per silenzio assenso e la competenza della giunta comunale a disporre la misura sanzionatoria. Il Consiglio di Stato, inoltre, ha evidenziato che, sotto il profilo del danno, la disposta demolizione integra gli estremi del grave ed irreparabile pregiudizio, che la società Hotel Castelsandra verrebbe a patire in conseguenza della esecutività della sentenza appellata di primo grado (non sospesa), Dopo la sentenza del Tar, favorevole al Comune, aveva ripreso efficacia la gara di appalto di abbattimento delle villette, aggiudicata a dicembre del 2007 all’Ati Areda Insalata-Manna. Il relativo progetto, approvato dalla giunta guidata dal sindaco Costabile Maurano, era stato finanziato dalla Regione per 600mila euro. Le 25 villette abusive sorgono sull’area, appartenente al demanio, circostante l’Hotel Castelsandra, nel 1992 confiscato dal Tribunale di Napoli perché il socio Antonio Agizza, ora deceduto, aveva legami con il clan camorristico dei Nuvoletta. Due anni dopo, la Corte di Cassazione assolveva con formula piena l’Agizza, imputato del reato di partecipazione ad associazione a delinquere di stampo mafioso, e qualche tempo dopo la Corte di appello di Napoli annullava la confisca degli immobili, transitati, nel frattempo, nella disponibilità dell’Agenzia del Territorio. Il Comune ha più volte ribadito la volontà di conservare le opere non abusive del complesso immobiliare Castelsandra e di destinarle a fini di pubblico interesse. Il ricorso in Consiglio di Stato della società Hotel Castelsandra é stato presentato dall’avvocato Lorenzo Lentini. Nella causa sono intervenuti gli avvocati Roberto Giuffrida (Comune) e Lidia Buondonno (Regione). Il collegio giudicate romano era composto dal presidente ff Pier Luigi Rodi, dall’estensore Giuseppe Romeo e dai consiglieri Antonino Anastasi, Sergio De Felice e Sandro Aureli.
Sabato Leo da Il Mattino

lunedì 12 ottobre 2009

PREMIO NOBEL A ELINOR OSTROM STUDIOSA DI USI CIVICI E PROPRIETA' COLLETTIVE



"....per aver dimostrato come la proprietà pubblica possa essere gestita dalle associazioni di utenti....."

osservazione del Cesducim:
(forse allora mi permetto di ri-sottolineare sulla vecchia diatriba usi civici-proprietà collettive che la c.d. proprietà collettiva è una proprietà pubblica)


da corriere.it

Premiati per le loro ricerche sull'organizzazione della cooperazione nella governance
Assegnato a Elinor Ostrom e Oliver Williamson il Nobel per l'Economia
La Ostrom, 76 anni, statunitense, è la prima donna ad aver vinto il riconoscimento nella categoria Elinor Ostrom (a destra) e Oliver Williamson STOCCOLMA (SVEZIA) - Elinor Ostrom e Oliver Williamson , entrambi statunitensi, hanno vinto il premio Nobel per l'economia 2009. Sono stati premiati per le loro ricerche sull'organizzazione della cooperazione nella governance economica.
OSTROM - La Ostrom, 76 anni, è la prima donna ad essersi aggiudicata il prestigioso riconoscimento per quanto riguarda l'econonomia. La Olstrom, che insegna alla Indiana University di Bloomington, negli Usa, è una delle massime studiosi delle conseguenze del rapporto tra gli uomini e l'ambiente in particolare delle gestione delle risorse comuni e di come siano state creati nei secoli delle apposite istituzioni per la gestione delle stesse.
WILLIAMSON - Oliver Williamson, 77 anni, che insegna a Berkeley, nella University of California, è invece il creatore della cosidetta Economia Neo-Istituzionalista. Williamson sostiene che ogni organizzazione economica nasce dal tentativo di minimizzare costi di transazione in contesti caratterizzati da contratti incompleti, investimenti specifici, razionalità limitata e opportunismo. Tale circostanza comporta che ogni organizzazione economica soffre di un problema di contrattazione incompleta.
IL RICONOSCIMENTO - La Ostrom, spiega il comitato, «ha dimostrato come le comproprietà possono essere gestite in maniera efficace delle associazioni di utenti». Oliver E. Williamson, ha vinto invece «per la sua analisi della governance economica, in particolare i confini di un'impresa». Con i suoi studi, spiega la motivazione, Williamson «ha mostrato che i mercati e le organizzazioni gerarchiche, a riflesso di quanto avviene nelle aziende, hanno delle strutture di governance alternative che si differenziano per il modo diverso di risolvere i conflitti di interesse». Insieme al premio ai due vincitori vanno 10 milioni di corone svedesi, che equivalgono a poco meno di 1 milione di euro.
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dal sole 24 ore

Per sbloccare il potenziale umano serve un'apertura del settore pubblico e di quello privato che incoraggi la soluzione dei problemi da parte dei singoli individui in tutti gli aspetti dell'esistenza. In materia di fornitura e produzione di beni privati - beni relativamente facili da impacchettare e senza grosse esternalità - sappiamo che creare un mercato aperto e competitivo conduce a un incremento degli investimenti e dell'innovazione e a una diminuzione dei prezzi per i consumatori. L'imprenditorialità gioca un ruolo chiave nel settore privato, perché scopre metodi per mettere insieme fattori produttivi eterogenei in modi nuovi e complementari, data la disponibilità di risorse e tecnologia. Nel settore privato, la ricerca del profitto è la spinta trainante per gli imprenditori privati.La fornitura di beni pubblici esige istituzioni diverse da un mercato aperto e competitivo. Sono necessarie istituzioni che incoraggino l'azione collettiva e scoraggino il free-riding. Anche il mercato non è un'istituzione affidabile se mancano regole sulla proprietà, tribunali e polizia.Il linguaggio usato da molti analisti divide il ricco mondo delle istituzioni in una dicotomia improduttiva di "mercato" contro "Stato". Mentre i mercati sono considerati ambiti pubblici e aperti, dove individui e aziende competono tra loro, il settore pubblico viene raffigurato come una gerarchia verticistica con poco spazio per la soluzione dei problemi, se non da parte dei funzionari pubblici di grado più alto. Per sbloccare il potenziale umano, dobbiamo sbloccare il nostro modo di concepire gli assetti istituzionali non di mercato. Dobbiamo aprire il settore pubblico all'imprenditorialità e all'innovazione.Considerando che i benefici dei beni pubblici e delle risorse comuni sono sparpagliati all'interno di una comunità, molti studiosi ignorano la possibilità che imprenditori pubblici locali inventino metodi efficaci per la coproduzione di questi beni e servizi essenziali. Per altro verso, molti studiosi mettono l'accento sulla necessità di leadership nel settore pubblico. Gli studi approfonditi che abbiamo condotto sulla fornitura di servizi nei centri urbani e delle risorse comuni hanno ripetutamente riscontrato comunità di individui, nelle aree urbane e rurali, che si sono autorganizzati per fornire e coprodurre servizi locali di livello sorprendentemente buono considerando le limitazioni con cui devono fare i conti. Molti analisti politici partono dal presupposto che, senza importanti risorse esterne e pianificazione dell'alto, è impossibile fornire beni pubblici e risorse comuni sostenibili. Un simile presupposto assoluto è sbagliato. Se è vero che è sempre difficile trovare metodi efficaci per fornire questi servizi, gli imprenditori pubblici che lavorano a stretto contatto con i cittadini spesso trovano nuovi modi di mettere insieme i servizi, usando un mix di talenti e risorse locali.L'idea preconcetta che i locali non possano occuparsi dei problemi del settore pubblico ha portato in tutto il mondo all'adozione di leggi che assegnano la responsabilità dei servizi pubblici locali a enormi dipartimenti amministrativi dello Stato, spesso non provvisti delle risorse per portare a termine il loro compito. Non è così che si è sviluppata l'Europa. La legislazione contemporanea, che attribuisce ai governi regionali o nazionali la responsabilità dei beni pubblici e delle risorse comuni a livello locale, sottrae ai cittadini l'autorità di risolvere problemi che sono differenti da una località all'altra. Dobbiamo sbloccare le loro capacità e metterli nelle condizioni di essere riconosciuti come cittadini e funzionari pubblici locali con il potere e l'autorità di prendere misure per risolvere problemi locali. Dobbiamo concepire il settore pubblico come un sistema policentrico, e non come una gerarchia monocentrica.
Tratto da «Unlocking Public Entrepreneurship and Public Economies» (2005)
(Traduzione di Fabio Galimberti)
13 ottobre 2009
http://www.iu.edu/nobel/

domenica 27 settembre 2009

(EVENTO MY PARK 2009-CESDUCIM ASCEA 26 SETTEMBRE 2009)

pubblichiamo la Relazione del Dott. LEONARDO GIAMBATTISTA VENNERI


"Poi che la carità del natio locomi strinse, raunai le fronde spartee rende' le a colui, ch'era già fioco. Indi venimmo al fine ove si partelo secondo giron dal terzo, e dovesi vede di giustizia orribil arte. A ben manifestar le cose nove,dico che arrivammo ad una landache dal suo letto ogne pianta rimove. La dolorosa selva l'è ghirlandaintorno, come 'l fosso tristo ad essa;quivi fermammo i passi a randa a randa. Lo spazzo era una rena arida e spessa,non d'altra foggia fatta che coleiche fu da' piè di Caton già soppressa. O vendetta di Dio, quanto tu deiesser temuta da ciascun che leggeciò che fu manifesto a li occhi mei! D'anime nude vidi molte greggeche piangean tutte assai miseramente,e parea posta lor diversa legge. violenti controSupin giacea in terra alcuna gente, DIO alcuna si sedea tutta raccolta, ARTEe altra andava continüamente. NATURAQuella che giva 'ntorno era più molta,e quella men che giacëa al tormento,ma più al duolo avea la lingua sciolta. Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,piovean di foco dilatate falde,come di neve in alpe sanza vento".


Avrete riconosciuto l’incipit del XIV Canto dell’Inferno, tratto dalla Divina Commedia di Dante Alighieri. Siamo nel terzo girone del settimo cerchio, e da qui fino al XVII Canto, si narra di color che “fanno forza ne la deitade, spregiando natura e sua bontade”, ovvero i violenti contro Dio, Natura ed Arte. Chi sono costoro che Dante indica tra i violenti contro natura ed arte, puniti da una pioggia di fuoco, è ben chiaro. Pur tuttavia, è mia opinione pensare che se il Sommo Poeta fosse vissuto ai giorni nostri, avrebbe indicato tra questi, non i sodomiti e gli usurai, bensì i violenti contro la natura intesa come ambiente, vale a dire i devastatori della natura, i deturpatori del paesaggio, coloro che inquinano le risorse naturali, gli speculatori edilizi, coloro insomma, che si fan spregio della natura, mossi solo dalla sete di danaro . Ed è di questo che vogliamo parlare, del rispetto, rispetto della natura, e delle leggi. Partendo dal generale, fino ad arrivare al particolare, ovvero al tema odierno.
Una recente pronunzia del Consiglio di Stato, datata 10 settembre 2009, recentissima quindi, sancisce, e si spera definitivamente, come le ragioni della tutela del paesaggio, siano prevalenti sull’attività imprenditoriale. Ora, sia il paesaggio che l’attività imprenditoriale sono tutelati dalla costituzione (Art. 9 e art. 41) ma con questa decisione, la n° 5459/2009, il Consiglio di Stato sez. VI, ha stabilito delle priorità, o meglio ha indicato come interesse prevalente da tutelare, il paesaggio. Il passaggio chiave è quello finale: “ … la previsione regionale, di particolare rigore, trova piena giustificazione nell’esigenza di salvaguardare un paesaggio di incomparabile bellezza, che ha già subito attentati a causa della propensione italica ad una edificazione indiscriminata. Nella valutazione comparativa di contrapposti interessi, quello generale alla salvaguardia del paesaggio anche a tutela delle generazioni future, e quello individuale e imprenditoriale allo sviluppo degli insediamenti turistici, trova piena legittimità costituzionale la previsione regionale, estesa anche alle lottizzazioni in corso”.
In pratica contro la propensione tutta italiana di cementificare ogni luogo, la norma di salvaguardia regionale, nel proteggere l’ambiente, supera ampiamente qualsiasi censura di costituzionalità, pure ventilata dalla parte ricorrente, (per inciso nel frattempo c’è stata una pronunzia della Consulta, la n° 51 del 10 febbraio 2006 che ha ribadito la competenza della Sardegna a legiferare in materia di paesaggio vincolandola solo all’art. 3 Cost, riferito alle riforme economico-sociali) Altro spunto di interesse notevole, è che il paesaggio, quindi il territorio, va tutelato per le generazioni future. E’ un patrimonio che non deve essere dilapidato dall’uomo che vive il presente, ma valorizzato anche e soprattutto per chi deve venire in futuro, le nuove generazioni appunto. Ed in quest’ottica si inserisce il tema odierno. Pienamente rappresentato dalla sentenza precedente. L’uso civico è, come spesso ho ripetuto, un baluardo, un muro difensivo contro gli appetiti di amministratrici ed amministratori dell’ultim’ora ( il riferimento al gentil sesso è anche perché poche ore fa una sentenza del TAR Puglia ha annullato una giunta provinciale formata da soli uomini, senza donne, per cui mi adeguo…). Il paesaggio di cui al codice Urbani (D. Lgs 42/2004) ben comprende i terreni gravati da usi civici, che sono comunque tutelati dalle forme di utilizzo previste dalla L.R Campania 11/1981, nella misura in cui i mutamenti di destinazione sono temporanei e limitati nel tempo al fine per cui si chiede, e la previsione dell’esproprio è solo per interessi sovranazionali. Correttamente l’attività di agriturismo, leggendo l’articolo 1 della Legge Regione Campania n° 15 del 6 novembre 2008 “Disciplina per l’attività di Agriturismo”, si presta ad essere esercitata sui terreni di uso civico, in quanto completamente compatibile con la nuova normativa, ed anche perché proprio qui ad Ascea era presente lo “ius casalinandi”, ovvero il diritto di costruire ricoveri per deporvi attrezzi in vista della stagione del raccolto, o delle transumanze. Orbene tale uso già esistente legittima la previsione dell’utilizzo di tali terreni per attività agrituristiche, anche senza, ma qui sarebbe necessario un più approfondito studio, dicevo anche senza l’autorizzazione al mutamento di destinazione, purchè si rispettino i dettami di cui all’art. 6 L.R 11/81, ovvero la concessione a cooperative locali. Inutile ribadire che ogni profitto deve essere reinvestito sempre sui terreni stessi ed alle attività loro collegati (art. 8) senza possibilità di altro utilizzo. Ritengo necessaria però, la previsione della stessa, ad abundantiam, nei regolamenti comunali per l’esercizio degli usi civici. Regolamenti che in provincia di Salerno, hanno pochissimi comuni e che sono obbligatori, pena il commissariamento. Il dato preciso è che dei 153 comuni della provincia salernitana, ben 145 hanno terreni di uso civico. Di questi, forse circa 18 hanno i regolamenti.
In ultimo si richiami l’attenzione degli enti preposti al corretto svolgimento dell’attività agrituristica, in ossequio alla nuova normativa regionale, in particolare all’articolo 10, che disciplina la connessione e la prevalenza. Per cui non si abbiano a vedere agriturismi sorti su terreni di uso civico che propongono nei loro menù piatti a base di molluschi, crostacei, ecc., chiaramente prodotti non di loro produzione, né tantomeno agriturismi che diventino poi dei veri e propri hotels, tanto da poter ospitare ricevimenti da centinaia di persone. Sarebbe una doppia violazione di legge, prima della Legge sugli usi civici, che non permetterebbe l’esercizio di tale attività industriale, poi della legge in materia di agriturismo. Su questo devono esercitare le proprie competenze gli enti preposti:comuni provincie e regioni, in osservanza degli articoli 4, 5, e 6 della precitata Legge Regionale 15/2008. Ribadisco quanto già dissi in altre occasioni, e cioè che ogni violazione di legge in materia di usi civici, può configurare una violazione all’art. 9 della Cost, che tutela il paesaggio, oltre che di altre leggi in materia ambientale, per cui ci si potrebbe appellare all’art. 141 comma 1 lettera “A” del D.Lgs 267/2000 (Testo Unico Enti Locali) e all’ Art. 126 Cost. che prevedono lo scioglimento rispettivamente dei consigli comunali e regionali.
Spiace ricordare che la provincia non ha competenze specifiche in materia, salvo che quelle di controllo sui reati ambientali, con la polizia provinciale, e sulle attività commerciali, tramite l’ufficio annona, oltre quelle già ricordate poc’anzi.
Per tanto si è detto.

lunedì 7 settembre 2009

EVENTO NEL PARCO NAZIONALE DEL CILENTO

Università degli Studi di Salerno

Dipartimento di Diritto pubblico generale
e teoria delle istituzioni
Cattedra di Diritto Costituzionale m/z

Centro studi sugli usi civici e i demani nell’Italia Meridionale
http://www.cesducim.blogspot.com/
con il patrocinio del Collegio dei Geometri di Salerno

sabato 26 settembre 2009 ore 10,30

AGRITURISMO E USI CIVICI
evento my park 2009
Incontro-forum di discussione sull’utilizzo dei terreni di uso civico per attività agrituristiche per i giovani del Parco del Cilento e altre problematiche tipiche dell'uso civico

saluti delle autorità

Assessore all'Agricoltura, Foreste, Incendi boschivi, Tutela degli animali
della Provincia di Salerno,
dott. Miano Mario

intervengono

Emanuele Salsano, Ciro Robustelli, Luigi Cesare Oliveti, Pietro D’Angiolillo, Giovanni Clemente, Giuseppe Di Genio, Giovanbattista Venneri, Francesco Tomasco, Michele Labriola, Ignazio Formosa


Agriturismo “La Casa Vecchia”
Via Piano della Torre
Ascea paese (direzione Pisciotta)

0974972196

3356797337

mercoledì 19 agosto 2009

PROGETTO MINISTERIALE DI CONCESSIONE DELLE TERRE DEMANIALI AI GIOVANI: IDEA INTERESSANTE MA GIA' PRESENTE NEI REGOLAMENTI DI USO CIVICO IN ITALIA

APPLICATO FINALMENTE DAL MINISTRO ZAIA IL MODELLO DI GESTIONE GIA' NOTO PER I TERRENI DEMANIALI DI USO CIVICO

Terra e giovani, Zaia: il futuro dell’agricoltura italiana nasce ogni giorno

30/07/2009
"Il Piano nobile del Ministero ha da oggi i volti dei ragazzi che ho incontrato in questi mesi di Governo: per loro abbiamo pensato il progetto Terra e Giovani, approvato ieri dalla Camera dei Deputati insieme al Decreto anticrisi. Vogliamo così favorire e incentivare l'accesso delle giovani generazioni al mondo dell'agricoltura e al mercato fondiario. I ragazzi sono il futuro". Con queste parole il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali Luca Zaia ha inaugurato la nuova galleria di immagini esposte nel Piano nobile del Ministero e raccolte nel volume "La terra siamo noi": i volti dei tanti giovani che il Ministro stesso ha incontrato in questi 15 mesi alla guida del dicastero di via XX settembre. L'inaugurazione è avvenuta alla presenza dei rappresentanti del mondo agricolo, dei dirigenti del Ministero, dell'ICQ, del Corpo Forestale dello Stato e dei Carabinieri Politiche Agricole e di due giovani, Devis Pilonato e Milva Zeoli, di 32 e 23 anni rispettivamente, che lavorano nelle aziende agricole delle loro famiglie e hanno raccontato la loro esperienza di giovani in agricoltura. Le immagini sono state presentate al pubblico oggi, simbolicamente il giorno dopo il via libera, da parte della Camera dei Deputati, al Decreto anticrisi contenente anche il progetto "Terra e Giovani", fortemente voluto dal Ministro Zaia e destinato ai giovani aspiranti imprenditori agricoli.Secondo tale progetto, che ora, insieme al Decreto, passerà al vaglio del Senato, l'Agenzia del demanio cederà in affitto i terreni, i beni agricoli di proprietà dello Stato e degli enti pubblici ai giovani agricoltori, sulla base degli indirizzi adottati con decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, di concerto con il Ministro dell'Economia e delle Finanze. Per monitorare l'andamento dell'iniziativa, sarà predisposta una relazione annuale, anche in vista di un possibile futuro acquisto da parte dei giovani delle terre affittate."Come Cornelia disse, riferendosi ai figli, cioè ai Gracchi, 'questi sono i miei gioielli', i giovani – ha detto ancora Zaia - sono il cuore pulsante del rilancio del settore. Oggi gli imprenditori con meno di 40 anni che guidano aziende agricole sono soltanto il 10% del totale. Dobbiamo far crescere questa percentuale, dare nuova linfa alla nostra agricoltura agevolando l'accesso dei giovani alle terre, che oggi costano troppo; al lavoro agricolo, che deve essere più remunerativo". L'incontro con la stampa di oggi è stata anche l'occasione per presentare il bilancio degli ultimi sei mesi di lavoro al Mipaaf e sottolineare i risultati raggiunti e gli obiettivi futuri."Voglio ricordare un provvedimento simbolico della nostra politica agricola – ha detto Zaia - quello sull'etichettatura dell'olio che segna l'inizio di una nuova stagione all'insegna della trasparenza e della sicurezza alimentare. Proseguiremo la nostra battaglia perché anche il latte abbia etichette trasparenti e chiare a tutela dei consumatori e del lavoro dei nostri produttori".
Leggi il volume "La terra siamo noi", donato ai giornalisti, consultabile on-line sul sito di AIOL

sabato 18 luglio 2009

SUCCESSO DELLE REGOLE DI AMPEZZO DAVANTI AL TAR VENETO


Nuove centrali idroelettriche: accordo fra Regole e Regione davanti al T.A.R. (Cortina d’Ampezzo, 9 luglio 2009).Il Coordinamento Veneto della Consulta Nazionale della Proprietà Collettiva rende noto che, con delibera n° 1609 della Giunta Regionale del 9 giugno scorso, la Regione Veneto ha accolto le preoccupazioni del mondo della proprietà collettiva veneta riguardo ai nuovi impianti idroelettrici su territorio regionale.Lo scorso inverno la Consulta aveva promosso un ricorso davanti al T.A.R. Veneto – sostenuto da circa 30 Regole del Bellunese – contro una disposizione della Giunta Regionale che indicava nuove disposizioni per il settore idroelettrico.Con sua delibera del 30 dicembre 2008 (n° 4070), infatti, il Veneto prevedeva misure di agevolazione per chi intende progettare e realizzare centrali idroelettriche sul territorio regionale. Nelle more della decisione, però, era previsto che non fosse più necessario ottenere il consenso dei proprietari dei terreni attraversati dalle condotte o dalle opere edili; anzi, questi sarebbero stati espropriati dei loro terreni per scopi di interesse pubblico.Le Regole del Bellunese si sono opposte a questa decisione, ricorrendo appunto al tribunale amministrativo regionale per ricordare che il patrimonio storico regoliero è tutelato dalla legge all’inalienabilità e indivisibilità: esso ha destinazione perpetua a bosco e pascolo e non può essere ceduto a terzi. Vi si può però autorizzare un mutamento di destinazione per uso pubblico, con un adeguato indennizzo della comunità regoliera per i nuovi usi e per il maggior valore che i terreni acquisiscono con la trasformazione.La Regione Veneto, sollecitata dalla Consulta e da molte Regole, ha accolto le ragioni delle comunità e ha modificato recentemente le disposizioni sulle centrali idroelettriche. Con delibera di Giunta del 9 giugno scorso (n° 1609), la Regione ha perciò ribadito che, “nel caso in cui l’impianto interessi aree demaniali appartenenti al patrimonio indisponibile degli Enti pubblici, ovvero beni del patrimonio regoliero, la procedura espropriativa non è ammessa e, pertanto, il richiedente deve dimostrare, mediante atti idonei, la disponibilità del soggetto proprietario a concedere l’uso delle aree medesime”.Detto più chiaramente, se un imprenditore privato intende realizzare un impianto idroelettrico su proprietà regoliera, l’occupazione deve essere prima autorizzata dalla Regola interessata, che rimarrà comunque proprietaria dei terreni.Il T.A.R. ha quindi emesso una rapida sentenza di chiusura del contenzioso, in quanto la decisione regionale viene incontro alle richieste presentate al tribunale dalla Consulta.Soddisfazione è stata espressa in tutto il mondo regoliero per questa decisione della Giunta Regionale, che ha saputo interpretare le esigenze di difesa collettiva del territorio pur mantenendo gli obiettivi di un maggiore impegno nel settore delle energie rinnovabili.
COMPLIMENTI AL DOTT. STEFANO LORENZI, strenuo difensore della proprietà collettiva

martedì 14 luglio 2009

GAD-GRUPPO AVVOCATI DEMANIALISTI ITALIANI


ELENCO APERTO DEGLI AVVOCATI DEMANIALISTI ITALIANI CON LA CREAZIONE DI UN GRUPPO DI LAVORO E DI ADESIONE ALLE PROBLEMATICHE DEL DEMANIO

ISCRIZIONE LIBERA E GRATUITA
gdigenio@unisa.it


avv. Giuseppe Di Genio, Foro di Salerno
avv. Luciano De Vita, Foro di Salerno
avv. Antonio Conte, Foro di Avellino
avv. Giovanni Mascolo, Foro di Potenza
avv. Giovanni Trotta, Foro di Nocera Inferiore

avv. Tommaso Migliaccio, Foro di Catanzaro
avv. Cristina Marsigliante, Foro di Rossano
avv. Vincenzo Palopoli, Foro di Rossano
avv. Nicola Candiano, Foro di Rossano

giovedì 21 maggio 2009

ABUSI NELL'AREA PARCO DEL CILENTO. DOSSIER DEL CODACONS. MOLTI DI QUEI TERRENI SONO ANCHE IN USO CIVICO MA NESSUNO LO DICE.

2° DOSSIER CILENTO DEL CODACONS SALERNO

L’EMERGENZA AMBIENTALE
NEL TERRITORIO DEL PARCO NAZIONALE
DEL CILENTO E DEL VALLO DI DIANO

(Azioni dal 1 gennaio 2008 al 31 gennaio 2009)













DOSSIER a cura di dell’Ufficio Legale del Codacons Campania Onlus
Su iniziativa di: Prof. Enrico Marchetti, Presidente Regionale
Avv. Pierluigi Morena, Responsabile Gruppo Tutela Ambiente Codacons
Hanno collaborato: Avv. Raffaella D’Angelo, ufficio legale Codacons
Avv. Maria Cristina Rizzo, ufficio legale Codacons
Avv. Matteo Marchetti, ufficio legale Codacons
Ing. Roberto De Luca, Responsabile sede Codacons Sala Consilina



Prefazione
Wikipedia, l’enciclopedia virtuale più consultata su Internet, afferma che il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano è nato dalla necessità di tutelare il Cilento dalle speculazioni edilizie e da un distruttivo turismo di massa.
Con l’istituzione del Parco, oltre 13 anni fa, non sono diminuite le speculazioni edilizie né si è contenuto il degrado ambientale.
Tutt’altro!
Il Parco è sulla carta ricco di aree protette, quali sono le Zone Protezione Speciale (ZPS) e Siti d’Interesse comunitario (SIC), individuate con apposite direttive comunitarie (Direttive Cee 79/409 “Uccelli” e 92/43 “Habitat”).
Il Parco è stato insignito di altri e alti riconoscimenti internazionali.
Esso è riconosciuto dall’UNESCO come “Riserva di Biosfera” (giugno 1997).
Nell’anno 1998, poi, è stato riconosciuto “Patrimonio Mondiale dell’Umanità”, da trasmettere integro alle generazioni future.
I riconoscimenti paesaggistici e ambientali non mancano, come si vede.
Aree protette, aree SIC, aree ZPS, leggi molto vincolanti.
Si tende –almeno sulla carta- a conciliare lo sviluppo territoriale con la conservazione della natura.
Tuttavia, le cose, com’è noto, non vanno come dovrebbero!
Si registrano sistematiche violazioni delle leggi che dovrebbero tutelare le qualità culturali e naturali che sono alla base dello status di Parco e dei riconoscimenti internazionali.
Tali violazioni sono state ripetutamente denunciate dal Codacons con tutti gli strumenti giudiziari che la Legge mette a disposizione. Non sono mancati quindi esposti, diffide, denunce-querela alle Procure della Repubblica. E ancora ricorsi al Tar, ripetuti esposti alla Soprintendenza per i Beni Culturali e per il Paesaggio e all’Ente Parco.
Talvolta si è dovuta investire l’Unione Europea del crescente degrado ambientale. Come nel caso delle dune marittime di Marina di Camerota oramai aggredite dal turismo di massa.

Il Dossier riprende anche azioni avviate negli anni precedenti e per questo è stata inserita la rubrica Dove eravamo rimasti? Un’altra rubrica Come è andata a finire? Segnala gli esiti delle azioni intraprese dal Codacons.
È questa una testimonianza documentale di quella parte di Sud che, i forma associata, si batte per l’affermazione della legalità, del rispetto delle regole da contrapporre all’inerzia, all’ineluttabile, alla rinuncia, alla nefasta tendenza a “svendere legalità e pezzi di territorio per acquistare consenso”.


Le iniziative del Codacons nel territorio del PNCVD

Tutela del litorale costiero.

La cementificazione della costa sta assumendo connotati sempre più preoccupanti.
I Comuni concedono concessioni a costruire in modo invasivo, anche a pochi metri dal mare, talvolta addirittura con rimozione di sabbia e di massi naturali.
In tal modo diventa spesso difficile comprendere l’effettività del ruolo di controllo, di supervisione e di tutela paesaggistica che la Legge concede ad Enti quali il PNCVD e la Soprintendenza ai Beni Culturali e per il Paesaggio.


Pisciotta.
Il Porto
Il Comune di Pisciotta, utilizzando finanziamenti comunitari (i noti P.o.r.), procede all’ampliamento del Porto turistico di Pisciotta. I lavori danno luogo a una pesantissima opera di cementificazione.
Nei primi mesi dell’anno 2008 il Codacons formulava istanza di accesso richiedendo alla Soprintendenza ai Beni Culturali e per il Paesaggio di Salerno copia delle autorizzazioni all’ampliamento del Porto.
L’Associazione, esaminata la documentazione fornita dalla Soprintendenza, con atto del 3.4.08 evidenziava il mancato rispetto degli accordi convenuti tra la Soprintendenza medesima ed il Comune, infatti:
· non risultava agli atti l’attivazione di alcuna procedura per la Valutazione di Impatto Ambientale (V.I.A.) a norma della legislazione esistente;
· contravvenendo a quanto autorizzato dalla Soprintendenza, veniva realizzato un pennello a <> a nord del Porto stesso, con la completa asportazione della originaria scogliera preesistente, nonchè il salpamento di parte della scogliera a sud del porto, oltre i 70 m. dalla battigia.
Il Codacons investiva della questione anche la Regione Campania, la quale, con Nota del 28.2.08, comunicava che presso il Settore Tutela Ambiente non risultava presentata istanza per V.I.A. nè Valutazione d’Incidenza.
A quel punto la Soprintendenza, dopo sopralluoghi di rito, ordinava con Atto (Prot. N.15682) del 27.05.08 la immediata sospensione dei lavori sul pennello a forma di “T” con ripristino dello stato preesistente.
Avverso il provvedimento di sospensione del 27 maggio 2008 il Comune di Pisciotta presentava ricorso innanzi al Tribunale Amministrativo di Salerno.
Il Codacons interveniva nel giudizio amministrativo a sostegno delle ragioni della Soprintendenza.

Inoltre, nell’ottobre 2008 l’Associazione chiedeva formalmente un parere alla Regione Campania e al Ministero dell’Ambiente per sapere se un’opera portuale ricadente in area Parco non debba prevedere una preventiva autorizzazione dell’Ente Parco medesimo e se non debba preventivamente predisporsi una Valutazione di Impatto Ambientale.
La Regione comunicava che non era concesso alcun parere di Valutazione di Impatto Ambientale e che provvedimenti adottati senza l’adozione della V.I.A. sono annullabili per violazione di legge.
Il Ministero non riscontrava la Nota del Codacons.

Ancora Pisciotta: la cementificazione a pochi metri dal mare.
In località Lacco nel Comune di Pisciotta, a pochi metri dal mare, la Cooperativa Sea Village intende realizzare circa 40 villini (!), una struttura produttiva turistica ricadente nella zona omogenea D del vigente P.R.G. del comune di Pisciotta.
In verità un massiccio e pesante intervento urbanistico in prossimità della costa e del mare!!
La Cooperativa richiedeva allo Sportello Unico Attività Produttive del Cilento di attivare le procedure per la variante urbanistica.
Il Comune di Pisciotta (correttamente) si opponeva alla variante dichiarando allo Sportello Unico-Cilento la non conformità di tale intervento urbanistico al vigente strumento urbanistico poiché intervento ricadente in Zona E4 (zona agricola di salvaguardia, geologicamente instabile) che non prevede interventi produttivi turistici come quelli proposti dalla Cooperativa medesima.
Inoltre il Comune di Pisciotta sosteneva che l’insediamento produttivo può certamente essere ubicato in aree specificatamente destinate alla realizzazione di tali impianti in quanto nella zonizzazione del P.R.G. del Comune vi sono ancora aree destinate ad insediamenti produttivi ampiamente estese da consentire non uno ma più progetti simili a quello proposto.
La Cooperativa proponeva ricorso al Tribunale Amministrativo di Salerno avverso il provvedimento di diniego.
Il Codacons Campania è intervenuto nel giudizio amministrativo a sostegno della posizione del Comune e contro il tentativo di speculazione edilizia.

Agropoli.
Diffida preventiva alla Soprintendenza per i Beni Culturali e per il Paesaggio di Salerno per la salvaguardia e la preservazione della baia di Trentova.
Tale iniziativa si rendeva necessaria dopo la notizia di stampa (su “Il Mattino” del 28.09.2007, pagina 43 Edizione di Salerno) relativa alla sottoscrizione di un protocollo d’intesa tra il Comune di Agropoli e Italia Turismo spa per la “valorizzazione della baia di Trentova” con progetti che, a quel che riportavano gli organi di informazione, sarebbero finalizzati prevalentemente alla ricettività turistica.
Il Codacons interveniva per diffidare da eventuali interventi votati alla cementificazione e alla speculazione edilizia che snaturassero la conformazione e l’equilibrio paesaggistico della rinomata Baia.
Ciò soprattutto alla luce di precedenti interventi che nello specifico hanno già alterato l’eco-sistema della baia di Trentova, si pensi alla costruzione della strada che conduce ad Agropoli -la quale costeggia la collina a ridosso della baia- che ha già stravolto il paesaggio.
La diffida segnalava che sulla spiaggia di Trentova, negli anni, sorgevano strutture tutt’altro che eco-compatibili, senza dubbio alcuno invasive e in ogni caso di notevole impatto visivo e pregiudizievole per l’ambiente e per il paesaggio; si pensi alla distesa di cabine (di colore bianco) in cemento armato o al disarmonico chiosco posto al centro della baia.
E’ quindi indispensabile un’attenta attività di controllo per la salvaguardia di uno degli ultimi avamposti del Cilento costiero lasciato –quasi per miracolo- fuori - forse perché non nella disponibilità delle amministrazioni locali - dalle logiche cementizie.

Dove eravamo rimasti?
Il Codacons nel 2008 ha ripreso la battaglia per la tutela della baia di Trentova.
Nel dicembre 2008, veniva presentato al Comune di Agropoli istanza di accesso per avere copia di eventuali progetti preliminari e/o esecutivi e comunque interventi nell’area ricompresa nella baia di Trentova; di eventuali studi di fattibilità relativi alla realizzazione di interventi di ricettività turistica o attività ricreative sull’area di Trentova; delle variazioni di vincoli urbanistici e/o ambientali sussistenti nell’area della baia di Trentova nonché eventuali Verbali e pareri espressi in seno all’eventuale Conferenza dei Servizi.
Il Comune di Agropoli non rispondeva a tale istanza.
Il Codacons, nel gennaio 2009 presentava ricorso al Tribunale Amministrativo di Salerno per ottenere accesso agli atti.











Marina di Camerota.
Oltre 30 concessioni agli stabilimenti balneari: uno degli ultimi lembi di spiaggia con dune marittime nelle mani del turismo di massa.
Il Codacons Campania, nell’ottobre 2008 ha presentato alla Commissione Europea una denuncia per apertura di Procedura di Infrazione contro lo Stato italiano per violazione delle norme comunitarie che proteggono le aree S.I.C..
La vicenda riguarda le note dune marittime presenti – un tempo – sul litorale di Marina di Camerota.
Il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano elaborava un Piano di Gestione del S.I.C. (IT8050041) denominato “Scoglio del Mingardo e spiaggia di Cala del Cefalo” in ottemperanza del Progetto LIFE Natura “gestione della rete dei Sic e Zps nel Parco”.
Il Progetto definitivo del Parco -corredato di Relazione generale, Valutazione di Incidenza e Planimetrie- è in realtà contraddittorio, incongruente e lacunoso.
In sintesi: il Progetto non consente un’adeguata protezione del Sito d’Interesse Comunitario, anzi lo pregiudica fortemente. Il Piano riconosce, e non potrebbe essere diversamente, che “Cala del Cefalo rappresenta per l’Italia meridionale uno degli ultimi lembi di duna colonizzata da vegetazione psammofila, caratterizzata da specie vegetali tipiche dei terreni sabbiosi, in grave pericolo di estinzione, principalmente a causa del calpestio, del passaggio di automezzi sulle dune”.
Quindi il Piano, nelle sue linee-guida prevede, almeno sulla carta, un controllo delle concessioni nel tratto dunale e costiero sottolineando che l’antropizzazione derivante (anche) dalle crescenti concessioni agli stabilimenti balneari nell’area dunale comporta un sicuro danno ambientale. Si fa un gran parlare del pregiudizievole incremento delle strutture ricettive (campeggi e villaggi turistici) e delle strutture balneari (ristoranti e stabilimenti) a discapito della vegetazione presente sulle diverse fasce dunali e dell’integrità degli ambienti naturali presenti ai piedi delle pareti rocciose.
Il Piano poi osserva che l’eccessiva presenza antropica, dovuta a strutture ricettive sempre più estese, danneggia l’intero habitat, con danno anche per le specie di uccelli (Gabbiano reale e gabbiano corso) che abitualmente nidificano sulle falesie rocciose lì presenti. Queste perplessità sono ripetute, con enfatica apprensione, anche nella parte dedicata all’Analisi Swot.
Osservazioni tutte riprodotte anche nella Valutazione di Incidenza Ambientale che è stata elaborata nell’Area SIC nell’ambito del Piano di Gestione del sito.
Tutto sulla carta, ovviamente.
Ben differente è la realtà!
Infatti, malgrado le analisi sui problemi sussistenti sull’area SIC e sul conseguente danno ambientale, oramai irreversibile, che ne è derivato, nonostante le belle dichiarazioni d’intenti e lo studio-censimento dell’Università di Napoli “Federico II”, Dipartimento di Arboricoltura, Botanica e Patologia Vegetale, che attesta che nel 2007 –raffrontando i dati con quelli raccolti nel 2000- si registravano gravi perdite di specie autoctone su Cala del Cefalo a causa del disturbo antropico, l’Ente Gestore dell’area, ossia il medesimo Ente Parco e con esso gli altri soggetti interessati, ha previsto -e autorizzato nella stagione estiva 2008- oltre 30 (!) stabilimenti balneari lungo l’intera area SIC e a ridosso immediato delle dune marittime.
Tali strutture, peraltro, non sono nemmeno dotate delle strutture eco-compatibili e bio-degradabili enunciate nel Piano.
Uno sfruttamento smisurato e di massa che non è sottoposto neppure a controlli o a minime attività di vigilanza. E pensare che da un lato l’ente gestore del sito nei citati piani apertamente sostiene che l’antropizzazione –dovuta alle strutture suddette- è causa di danno naturalistico, dall’altro lato ne consente una fruizione turistica di massa e senza utilizzo di materiali sostenibili con l’ambiente.
Pertanto “uno degli ultimi lembi di duna colonizzata dell’Italia meridionale” è consapevolmente oggetto di sicura distruzione.
Non è tutto.
Troppi sono anche i campeggi che si aprono nella pineta, essi tendono a recingere le aree con materiali fissi che sono ritenute dannosi dallo stesso Piano. Come si vede, su un’area tanto sensibile è tollerata una diffusa illegalità, uno sfruttamento incondizionato e una mancanza di vigilanza che negli anni hanno determinato: eliminazione del sottobosco, presenza di edifici in muratura, percorsi asfaltati o compattati con materiali alloctoni, presenza di piante alloctone, mancanza di depurazione a norma delle acque reflue, sconfinamenti speculativi.




















Tutela delle aree interne.


Monte San Giacomo.
Il Comune di Monte San Giacomo approntava la costruzione di una strada – avente la portata di un’autostrada ! - sul Monte San Giacomo, a 1200 metri sul livello del mare, in zona di particolare pregio ambientale e paesaggistico e in difformità dai progetti originari.
Il Codacons, sostenendo la lotta di Comitati civici, presentava denuncia penale alla competente Autorità Giudiziaria presentando istanza di costituzione di parte civile nel processo penale incardinato innanzi al Tribunale di Sala Consilina contro gli amministratori locali.
L’istanza di costituzione di parte civile veniva accolta, il processo penale è in corso.

Torraca.
Centrale eolica e kartodromo: area SIC (IT 8050022)
La montagna di Casalbuono che si affaccia sul golfo di Policastro, nel comune di Torraca, è una zona di forte migrazione di molte specie di uccelli e ritenuta, dall’Autorità di Bacino, molto fragile per la sua natura carsica, e quindi inadatta ad ogni attività umana.
Tuttavia, su questa area l’amministrazione comunale intendeva portare avanti due interventi che, se realizzati, avrebbero causato un considerevole danno ambientale: un kartodromo e una centrale eolica.
Il Codacons presentava atti di interventi nei giudizi amministrativi promossi innanzi al Tar di Salerno. L’Associazione contestava l’inidonea ubicazione della centrale eolica e Ie speculazioni sulle certificazioni ambientali. I ricorsi venivano accolti.
Il Comune proponeva appello al Consiglio di Stato, l’appello veniva accolto.












Tutela dei corsi d’acqua.

Il Fiume Calore.
Il Consorzio Velia per la Bonifica del Bacino dell’Alento aveva un’idea originale (!?!), persino illuminante.
Nel luglio 2008 (Atto con Prot. N. 1086) il Consorzio presentava all’Ente Parco una Scheda Tecnica Preliminare su “L’interconnessione degli Schemi Idrici Sele - Alento” (Proposta sostenibile per lo sviluppo integrato del Cilento Centrale e della Valle del Sele).
Un progetto faraonico quanto inutile e dannoso.
Il Progetto - lugubremente denominato “Interconnessione degli Schemi Idrici” – prevedeva di realizzare, in prossimità delle note “Gole del Calore”, la deviazione delle acque del Fiume con concomitante esecuzione di una galleria drenante sommersa nel sistema alluvionale del fiume e costruzione di una galleria lunga 2.500 mt che consentirebbe di scaricare le acque nel bacino dell’Alento per essere successivamente trasferite verso il sistema irriguo del Consorzio di Bonifica di Paestum.
Tutto ciò per combattere la tropicalizzazione del clima nel Sud Italia, senza che si specifichino neppure le fonti scientifiche della asserita tropicalizzazione in atto.
Il Codacons Campania diffidava la Regione Campania, l’Ente Parco e lo stesso Consorzio dall’intraprendere un progetto tanto scellerato. Cautelativamente inviava un esposto alla Corte dei Conti per chiedere vigilanza sulla regolarità della gestione del finanziamento di 161.400 Euro erogato al Consorzio dalla ex Agensud per la redazione di un studio di fattibilità sulla interconnessione degli schemi idrici.
Inoltre avviava la campagna “Salviamo il Fiume Calore” contro l’ipotesi di captazione che riscuoteva un considerevole successo.















Questo il testo della protesta lanciata dal Codacons:
Anch’io aderisco alla campagna del CODACONS CAMPANIA
“Salviamo il Fiume Calore - Non ingoiamo il rospo!”
Mando la mia e.mail di protesta indignata ma civile
al Parco del Cilento e del Vallo di Diano
per dire CINQUE VOLTE NO!

Ø NO al Progetto per la captazione e deviazione delle acque del Fiume Calore, all’altezza delle Gole del Calore;
Ø NO alla Galleria drenante sommersa nell’alveo fluviale;
Ø NO alla Galleria di 2500 metri nella montagna di Magliano per il trasferimento delle acque nel Bacino dell’Alento;
Ø NO ad inutili Conferenze di Servizi su Progetti devastanti per l’ambiente e per il paesaggio;
Ø NO alle speculazioni e agli scempi ambientali nel Cilento.
c h i e d o
all’ENTE PARCO di non indugiare oltre e di pronunciarsi nei prossimi 15 giorni per respingere il Progetto “Interconnessione degli Schemi Idrici” presentato dal Consorzio Velia Bonifica Bacino Alento.
NON INGOIERO’ ALTRI ROSPI !!!!

Come è andata a finire?
Il Consorzio accantonava il progetto!


Il Fiume Bussento.
Il fiume Bussento scorre quasi interamente all’interno dell’area del Parco Nazionale ed il suo corso insiste nell’area protetta (zona 1) ed interessa luoghi rientranti nel novero delle aree SIC. Il corso del fiume all’altezza di Caselle in Pittari defluisce all’interno di un inghiottitoio carsico dove sparisce, dando vita ad un fiume sotterraneo, per poi confluire nuovamente all’esterno all’altezza di Morigerati e poi sfociare a mare, dando vita ad un fenomeno carsico di particolare pregio e rilevanza ambientale. L’ultimo corso del fiume Bussento è ritenuto area S.I.C. (IT8050007 "Basso corso del fiume Bussento").
Tale patrimonio idrico è messo a repentaglio dal progetto che riguarda proprio l’ultimo tratto del fiume Bussento ove è previsto un intervento (Centro Canoe e strutture varie quali 3 corpi di fabbrica in ferro, vetro e legno, a due piani, con uffici, sala polifunzionale, spogliatoi, depositi, bar, mansarda praticabile ecc.) fortemente invasivo finanziato (anche) mediante POR, misura 1.9..
Inoltre, nella stessa area, o in prossimità della medesima, la Società Snam ha presentato un progetto di gasdotto che partendo da Manforte S.Giorgio in Sicilia, con tragitto sottomarino, giungerebbe alla foce del Bussento e con un tragitto in superficie costeggerebbe, e/o attraverserebbe, il fiume per un tratto di 3 km.
Tali interventi determinano, e in parte hanno già determinato, danni ambientali e paesaggistici, segnatamente alla vegetazione ripariale dove trovano rifugio e cibo uccelli migratori.
Il Codacons Campania, con atto inoltrato verso la fine dell’anno 2008, invitava l’Ente Parco e la Regione ad adottare tutte le possibili misure di protezione del sito e chiedeva alla Regione se sussistente la Valutazione di Impatto Ambientale sul progetto relativo al Centro Canoe.
La Regione Campania rimaneva inerte e non rispondeva all’atto dell’Associazione.
Il 18.11.08 il Ministero dell’Ambiente (con atto Prot. n.DSA-2008-0033197) in risposta ad un accesso del Codacons Campania comunicava che per il progetto “iniziativa Sealine Tirrenica” era stata istruita presso il Ministero medesimo apposita procedura VIA.
Il Codacons a quel punto si appellava all’art.9 L.241/1990 che recita che “qualunque soggetto, portatore di interessi pubblici o privati, nonché i portatori di interessi diffusi costituiti in associazioni o comitati, cui possa derivare un pregiudizio dal provvedimento, hanno facoltà di intervenire nel procedimento” e quindi chiedeva al Ministero di intervenire nel Procedimento amministrativo istruito dalla Commissione VIA.
L’istanza non ha ancora avuto riscontro.






Ancora sul Fiume Calore.
Il fiume Calore scorre quasi interamente all’interno dell’area del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano ed il suo corso insiste nell’area protetta del parco (zona 1) ed interessa numerose zone rientranti nel novero delle aree SIC, quali siti di importanza comunitaria appositamente classificati.
È noto anche che i paesi situati a monte delle rinomate “Gole del Calore” siano poco attenti alla depurazione delle acque riversate nel corso d’acqua del Calore.
Il Codacons, nel gennaio del 2009, ha lanciato la nuova Campagna “SALVIAMO IL FIUME CALORE”.
Veniva così inoltrata una diffida al Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, invitando l’Ente ad assumere tutte le più opportune e urgenti iniziative e misure per la risoluzione delle problematiche ambientali del Fiume.
Inoltre il Codacons Campania richiedeva all’Ente Parco accesso ai documenti concernenti l’adozione di depuratori da parte dei Comuni della Valle del Calore, dei provvedimenti su controlli sulla sussistenza di tali impianti, sulla qualità delle acque e sul controllo della conformità degli impianti di depurazione eventualmente esistenti alle norme di legge.
Ancora l’Ente veniva sensibilizzato sulla necessità di controllo del deflusso minimo vitale.
La Campagna interessava anche i Comuni di Laurino, Valle dell’Angelo e Magliano Vetere, tutti posti a monte delle “Gole”, ai quali si richiedevano notizie sull’esistenza e in tal caso sul funzionamento degli impianti di depurazione.




















Tutela del territorio: azioni contro l’abusivismo edilizio.

È il diffuso – e ahinoi tollerato - abusivismo edilizio uno dei fattori di maggiore degrado ambientale che si registra nel Parco Nazionale. L’annoso problema ha oramai assunto i connotati di una piaga sociale e finanche “culturale”.
Il fenomeno è estremamente sottovalutato – o addirittura in nulla avvertito – dalle popolazioni e dalle Istituzioni che lo tollerano tanto da non applicare, nella maggior parte dei casi, le misure di contrasto e di repressione che pure sono previste dalla Legge.
Può apparire un paradosso, ma il Cilento era più intatto prima che diventasse un’area protetta. Nel 2005 sono stati accertati dai carabinieri del Comando provinciale di Salerno 100 casi di abuso edilizio nel Parco.
Come esempio di profondo degrado e di gestione quantomeno discutibile della cosa pubblica non possiamo non riferire qui di seguito su quello che è diventato un vero e proprio CASO, il “CASO MONTECORICE” sollevato con forza dal Codacons in tutte le sedi con puntuali diffide legali presentate al Comune, alla Soprintendenza, all’Ente Parco, al Prefetto, al Ministero dell’Ambiente. A queste diffide hanno fatto seguito anche azioni di carattere giudiziario.

Cosa fa l’Ente Parco contro il diffuso abusivismo edilizio?

Niente, verrebbe subito da dire.
Quasi niente, diciamo ricorrendo a formule più diplomatiche!
Il “caso Montecorice” è in questo Dossier dettagliamene descritto. Esso, come si vedrà, è l’emblema dell’inerzia culturale, dell’inefficienza amministrativa, della poca attenzione verso la legalità e il rispetto delle regole.
Il Codacons tuttavia non esauriva al “caso Montecorice” la propria attività finalizzata alla tutela ambientale e alla osservanza della legalità.

Con istanza di accesso ambientale del settembre 2007 il Codacons aveva già chiesto all’Ente Parco copia delle Ordinanze emesse per la demolizione di opere abusive nell’area Parco nonché copia delle Ordinanze aventi ad oggetto l’acquisizione al patrimonio pubblico delle opere abusive presenti nel territorio del Parco.
Ciò al fine di verificare l’esercizio del potere repressivo degli abusi edilizi che la Legge 394/1991 pur riconosce al Presidente dell’Ente Parco nell’ambito del territorio del PNCVD; un potere forte e concreto sia inibitorio che demolitorio delle opere abusive, in pratica gli stessi poteri attribuiti al dirigente comunale.
L’Ente Parco, in risposta all’istanza di accesso, forniva la documentazione richiesta.
Dagli atti acquisiti emergeva che l’Ente Parco, nel corso dei suoi quasi QUINDICI ANNI (!) di vita, emetteva solo QUATTRO ORDINANZE di demolizione.
Un numero esiguo, irrisorio a fronte di un fenomeno di abusivismo edilizio diffuso, con tassi tra i più alti in Italia e nell’Europa comunitaria.
Queste le Ordinanze rese:
anno 1998-abbattimento di corpi di fabbrica siti in Casalvelino;
anno 1999-abbattimento di piccolo manufatto nel Comune di Centola;
anno 2000-abbattimento di 53 corpi di fabbrica siti nel Comune di Montecorice;
anno 2002-abbattimento di un piccolo manufatto e di piccole strutture in legno site nel territorio del Comune di Castellabate.
Nel dicembre 2008 l’Associazione chiedeva nuovamente all’Ente Parco

La richiesta di trasparenza nella lotta contro l’abusivismo edilizio.
L’Associazione, considerata la poca avvedutezza nella politica di contrasto al fenomeno dell’abusivismo edilizio, chiedeva all’Ente Parco di conoscere le ordinanze adottate ai sensi dell’art.29 della legge 394/1991 negli anni 2003, 2004, 2005, 2006, 2007 e 2008 per l’abbattimento e per il ripristino delle opere edilizie abusive nell’area del Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano.
L’Ente Parco non rispondeva alla richiesta di accesso.
Il Codacons Campania predisponeva Ricorso al Tribunale Amministrativo per vedere riconosciuto il diritto di accesso e quindi la trasparenza dell’attività amministrativa.


















Gli eco – mostri

Montecorice.
Nel Comune di Montecorice, sovrastanti la pregiatissima collina della Loc. Case del Conte, in prossimità delle Ripe Rosse, vi sono, in posizione dominante, svariati manufatti abusivi.
Gli ordini di demolizione sono inevasi da oltre 20 anni!
Fuor dal burocratese, le ordinanze di demolizione non sono eseguite da oltre VENTICINQUE ANNI!
Un complesso residenziale -non completato- composto di numerosi scheletri di cemento che arrecano all’ambiente un notevolissimo pregiudizio e determinano un sicuro degrado paesaggistico tanto da essere giustamente definiti “eco-mostri”.
“Eco-mostri” che il proprietario ha strenuamente difeso in sede penale, civile e amministrativa perdendo tutte le battaglie giudiziarie stanti le conclamanti illegalità.
Più di vent’anni non sono bastati alle Autorità competenti (Comune, Ente Parco, Prefetto, Procura della Repubblica) a procedere agli abbattimenti così come previsto dalla Legge.
È questa una storia molto “italiana” che merita di essere raccontata nel dettaglio.
Si segnalano le varie tappe:
-1- Il Codacons presentava istanza di accesso ambientale al Comune di Montecorice chiedendo la documentazione relativa ai manufatti in questione.
Da tale documentazione emergeva chiaramente l’abusività dei manufatti.
-2- A quel punto il Codacons, preso atto dell’inerzia del Comune di Montecorice che non si attivava per la demolizione delle opere abusive, richiedeva l’intervento del Prefetto di Salerno affinché valutasse se gli amministratori locali violavano persistentemente le norme di legge e affinché adottasse i necessari provvedimenti per l’abbattimento delle strutture abusive.
-3- Il Prefetto di Salerno, con Nota del 10-sett-07, chiedeva chiarimenti al Sindaco di Montecorice. Inoltre il Prefetto, con Nota del 7-genn-08, a seguito di nuova richiesta formulata per iscritto dal Codacons, comunicava che l’11-ott-07 venivano convocati in Prefettura il Sindaco e i rappresentanti della Soprintendenza di Salerno e dell’Ente Parco. In detta riunione il Sindaco di Montecorice si impegnava ad accelerare l’iter per la demolizione dei manufatti abusivi.
Dopo molti mesi nulla è cambiato!!
I manufatti di cemento sono ancora lì, intatti.
-4- Il Codacons, a quel punto, presentava nuova istanza di accesso ambientale al Comune di Montecorice per verificare eventuali iniziative assunte dall’Ente.
Il Comune non rispondeva all’accesso. Il Codacons, nel gennaio 2008, ha presentato ricorso al Tar di Salerno.
-5- Il Codacons, viste le incomprensibili inerzie ed omissioni, investiva della questione il Presidente della Repubblica.
-6- Nel luglio del 2008 il Comune di Montecorice finalmente rigettava l’istanza di condono edilizio e successivamente adottava Ordinanza di abbattimento degli Eco – mostri.
-7- Il proprietario dei manufatti di cemento avverso tali atti presentava Ricorso straordinario al Presidente della Repubblica e impugnativa innanzi al Tribunale Amministrativo di Salerno.
Il Codacons interverrà in dette procedure per sostenere le ragioni del Comune.


L’ultimo paradosso: gli Eco-mostri generati con i fondi P.O.R.
Il Codacons Campania assume iniziativa per comprendere il meccanismo di gestione dei finanziamenti comunitari nell’area del Parco Nazionale.
A titolo esemplificativo, l’attenzione si concentra su DUE progetti che hanno usufruito del finanziamento P.O.R..
È l’Ente Parco ad avere un ruolo centrale nella gestione dei P.O.R., denominati P.I.T., non cambia però la sostanza: si tratta sempre di finanziamenti europei. Cooperano con l’Ente Parco nella gestione dei cospicui finanziamenti comunitari gli altri enti locali.
Veniamo ai DUE progetti; a seguito di accesso agli atti l’Associazione ottiene i documenti sul “Museo del fiume e dell’area faunistica della Lontra” nel Comune di Aquara e il “Centro Internazionale per lo Studio delle Migrazioni – Calcante -Progetto definito “I MITI”- nel Comune di Centola.
Strutture, queste, che allo stato non risultano essere operanti né funzionali, anzi, dette pesanti strutture creano (paradossalmente) un pregiudizievole impatto per l’ambiente e per il paesaggio stante l’ampiezza dei volumi e l’utilizzo di materiali non eco-compatibili.
Complessi, come accennato, non funzionati pur avendo determinato un esborso finanziario ingente.
I costi?
Il “Museo del fiume e dell’area faunistica della Lontra” richiedeva una spesa di 538.102,58 Euro!!
Il “Centro Internazionale per lo Studio delle Migrazioni – Calcante -Progetto definito “I MITI”- (fortemente voluto dalla Regione Campania e con parere favorevole dell’Ente Parco) prevedeva un esborso di 1.291.142,18 Euro!!
Solo per meglio comprendere come funzionano le cose …. “certe cose”: il Centro Internazionale per lo Studio delle Migrazioni non veniva costruito, com’è da aspettarsi in un Paese normale, con materiali eco – compatibili e facilmente mimetizzati con l’ambiente circostante. Veniva invece edificata, con pesante calcestruzzo e in posizione dominante, una vera palazzina di TRE piani, a forma di “fungo” circolare.
Veniva così portata a compimento la (definitiva) devastazione paesaggistica di un’intera area che scorre lunga la rinomata Mingardina, tratto prima di allora pregiatissimo.
Tanto in nome dell’osservazione della fauna migratoria……..
Tre i risultati conseguiti con (molti de)i P.O.R.:
un clamoroso sperpero di denaro pubblico;
un danno di immagine verso le istituzioni comunitarie e verso i contribuenti europei;
nessuno sviluppo, anzi edificazione di nuovi eco-mostri che degradano il paesaggio.
Il Codacons Campania ha presentato denuncia alla Corte dei Conti nazionale e comunitaria.


I nuovi POR 2007/2013
L’Associazione, visti gli sprechi che hanno caratterizzato la precedente gestione dei fondi europei, chiedeva all’Ente Parco di conoscere il programma e quindi le opere da finanziare nel territorio del Parco con fondi POR / PIT.
Il Ministero dell’Ambiente, investito per conoscenza dell’istanza del Codacons, interveniva dichiarando che il diritto alla trasparenza e alla divulgazione cede di fronte ad altre esigenze di salvaguardia di altri interessi protetti dalla normativa speciale.
L’Ente Parco non rispondeva alla richiesta di accesso.
Il Codacons Campania predisponeva Ricorso al Tribunale Amministrativo per vedere riconosciuto il diritto di accesso e quindi la trasparenza dell’attività amministrativa.





























Conclusioni

Le situazioni di forte degrado evidenziate nel presente Dossier rappresentano un frammento minimo delle numerosissime sofferenze ambientali e paesaggistiche cui è sottoposto un patrimonio che ha un valore così pregevole da ricevere ambiti riconoscimenti internazionali dall’Unesco.
L’incuria ha raggiunto punte di tale gravità che accompagnata dalle inerzie delle Istituzioni e degli organi deputati all’attività di controllo mantiene vivo il quesito che diede il titolo al Dossier 2007: Cilento, è degno di essere chiamato Parco naturale?
La domanda è affermativa se ci soffermiamo sulle bellezze naturali che resistono alla mano dell’Uomo e ad una gestione quantomeno discutibile delle risorse.
Più difficile è la risposta se valutiamo le scelte amministrative e strategiche.
È tuttavia intenzione del Codacons sottoporre il quesito all’attenzione dell’opinione pubblica e dei rappresentanti istituzionali di buona volontà. Primi fra tutti quelli che operano in seno alla Commissione dell’Unione Europea, alle Autorità inquirenti, alla Prefettura, al Ministero dell’Ambiente, al nuovo Presidente dell’Ente Parco, alla Soprintendenza per i Beni Culturali e per il Paesaggio, alla Capitaneria di Porto. Organi questi naturali destinatari degli esposti, delle denunce, delle querele, delle diffide e delle azioni giudiziarie del Codacons.
La domanda non potrà non investire anche i rappresentanti dell’UNESCO, sezione Italia, affinché essi facciano –responsabilmente- le opportune riflessioni sulla sussistenza delle condizioni che hanno portato al riconoscimento degli status ambientali già assegnati al Cilento.

martedì 5 maggio 2009

per SURVIVAL A TUTELA DEI POPOLI INDIGENI


Prima di lasciare le loro proprietà bruciano tutto, per non lasciare niente agli Indios. Per la prima volta a essere cacciati dalla loro terra, nell'Amazzonia brasiliana, non saranno gli indigeni: sono loro ad avere vinto, per la prima volta, una battaglia legale che riconosce i loro diritti e vieta ai latifondisti di frazionare un'altra fetta di foresta. A dover fare le valige, con le buone o con le cattive, sono i bianchi. Scaduta la data limite di 45 giorni per il ritiro volontario dei non-indios, la polizia federale brasiliana ha infatti cominciato le operazioni di espulsione dei grandi coltivatori di riso (arrozeiros), dei latifondisti e dei contadini che ancora occupano abusivamente la terra indigena Raposa/Serra do Sol, nello stato amazzonico settentrionale di Roraima.
LA RESISTENZA DEI LATIFONDISTI - Il capo degli "arrozeiros", Paulo Cesar Quartiero, accusato di molteplici episodi di violenza contro i nativi locali e di danni all’ambiente, ha resistito quasi 12 ore allo sgombero opponendosi a una pattuglia di 25 agenti. La sua Fazenda Providencia, riferiscono i giornali brasiliani, è stata assegnata dal "tuxaua" (capo indigeno) Avelino Pereira della comunità di Santa Rita a dieci famiglie di nativi che vivranno di agricoltura. Le autorità locali stimano che il ritiro forzato degli occupanti da Raposa si protrarrà, tra le tensioni, almeno per due settimane.
LA DECISIONE DELLA CORTE - Con una decisione che avrà ripercussioni anche sulle terre indigene ancora da demarcare, il Supremo tribunale federale brasiliano si era pronunciato a metà marzo per l’allontanamento dei bianchi confermando l’omologazione in area continua e senza frazionamenti di Raposa, 1,7 milioni di ettari abitati da 17.000 indigeni Macuxi, Wapixana, Ingariko, Patamona e Taurepang, già firmata dal presidente Lula nel 2005 a conclusione di un iter legale durato quasi 30 anni.
IL GOVERNATORE: «DIVENTERA' UNO ZOO UMANO» - A peggiorare le cose è intervenuto anche il governatore di Roraima, José de Anchieta Júnior, da sempre contrario ai diritti degli Indios. Nelle dichiarazioni al quotidiano "Globo" non ha certo nascosto il suo disappunto per la decisione della Corte suprema: « Non pretendo nè voglio discutere oltre. Ne abbiamo già parlato a fondo. La riserva indigena di Roraima si trasformerà in un autentico zoo umano. Senza contatto con i Bianchi, quelli che vedremo vivere là saranno animali umani».
NUOVE INSIDIE PER GLI INDIOS - Nella sentenza ci sono comunque alcune clausole che potrebbero avere gravi conseguenze per gli Indiani in tutto il Brasile. I giudici della Corte Suprema hanno infatti stabilito che i governi federali dello stato brasiliano – alcuni dei quali notoriamente anti-
Un indios di Raposa durante la visita al Papa a Roma Indiani – dovrebbero essere coinvolti in modo più attivo nei processi di demarcazione dei territori indigeni. La loro partecipazione potrebbe rendere le demarcazioni più lente e difficoltose. La sentenza sancisce anche che i popoli indigeni non debbano essere consultati su progetti di sviluppo che, pur riguardando le loro terre, vengano dichiarati “di interesse nazionale”. I giudici hanno anche stabilito che i territori indigeni che sono già stati demarcati (e mappati) non devono essere ampliati. Questo preoccupa in modo particolare tribù come i Guarani, a cui sono state riconosciute legalmente solo piccole aree di terra prima della costituzione del 1988 che garantisce i loro “diritti originali” sulle terre ancestrali. Ana Paula Souto Maior, avvocato della ONG brasiliana ISA (Istituto Socio Ambientale), ha commentato: «Alcune di queste condizioni sono allarmanti e non resta che vedere che tipo di impatto potranno avere sui numerosi territori che ancora aspettano di essere demarcati o ampliati».
Stefano Rodi 05 maggio 2009

giovedì 2 aprile 2009

IL MANDRIANO DI CASTELLIRI FORSE HA RAGIONE ?


DI NUOVO SU STRISCIA LA NOTIZIA DEL 2 APRILE 2009 LA VICENDA DEL MANDRIANO DI CASTELLIRI SUI TERRENI DI USO CIVICO.
NON AVRA' RAGIONE ?
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mercoledì 25 marzo 2009

ANCORA SULLA VICENDA DI EBOLI


25/03/2009

dal Mattino di Salerno
MARIA VITA DELLA MONICA Eboli. Approda al tribunale amministrativo lo scontro nel centrosinistra sui terreni dell'Orientale. Nei giorni scorsi Gerardo Rosania, consigliere regionale della Sinistra, ha approntato con i suoi legali il ricorso che presenterà al Tar per bloccare la transazione siglata dal comune di Eboli l'11 febbraio scorso: «Accontentarsi di un quinto dei terreni è veramente ridicolo. Noto che l’assessore al ramo cita numeri e cifre a caso dimostrando di ignorare il problema». Accordo poco vantaggioso per gli ebolitani. Rosania solleva anche un secondo dubbio: «Ci è giunta notizia di un ridimensionamento delle zone rosse, quelle sottoposte a vincolo idrogeologico. Su questo argomento porremo la massima attenzione. Se qualcuno pensa di trasformare la vicenda dei terreni dell’Orientale in un affare immobiliare, si sbaglia di grosso». A fine febbraio era uscito allo scoperto Mauro Vastola, consigliere comunale del Partito Democratico. Le sue domande sono tutt’ora rimaste senza risposta. Vastola punta l’attenzione su una serie di elementi: «Quelle terre a chi fanno capo? Da chi sono occupate? Con quali contratti sono detenute? Gli eventuali possessori coincidono con i titolari dei contratti? Chi c’è dietro queste persone e queste società che, a vario titolo, detengono i terreni dell’Orientale? Qual è il loro interesse in questa transazione?». Accordo pubblico nell’interesse privato, è la sensazione dominante che ha spinto sia Rosania sia Vastola a rivolgersi al tribunale amministrativo regionale. La delibera della discordia è la numero 11/2009 approvata dal consiglio comunale nel febbraio scorso. La polemica riguarda anche il futuro dei terreni. Come utilizzare i terreni dell’Orientale? «Per ora il sindaco Melchionda ha rispolverato i progetti di Carmelo Conte, vecchi di vent’anni fa. Non si scorge alcuno sforzo di originalità» ha spiegato Cosimo Pio Di Benedetto (Pdl). La maggioranza che fa capo a Melchionda si difende con una frenata: «Nulla ancora è stato deciso, faremo un concorso internazionale di idee per stabilire cosa fare su quelle terre. Fermo restando la legittimità del consiglio comunale, unico organo sovrano deputato a decidere» spiega Arturo Marra, assessore al ramo. Sui possessori di quei terreni, però, non arrivano risposte. Un progetto di qualche anno fa viene rilanciato da Mario Conte (Pd): «Possiamo pensare già a un porto turistico, fermo restando che la nostra guida sarà il concorso internazionale aperto a tutti». Conte poi prova a ridimensionare l’allarme di Rosania: «Le zone rosse non sono un problema, anche se cadono i vincoli idrogeologici non ci sarà alcuna speculazione edilizia, in quanto si tratta di terreni agricoli». Ma i nodi restano aggrovigliati. Nessuno ha precisato i nomi e i titoli degli attuali detentori. Nemmeno sui numeri c’è univocità politica. Mentre la maggioranza parla di «150 ettari di terreni acquisiti dal comune» il centrosinistra che fa capo a Rosania e Vastola attesta la cifra esatta “intorno ai 110 ettari”. L’assessore Marra è il più ottimista con la sua versione isolata: «Aabbiamo chiuso un accordo su 207 ettari di terreno». Da una parte il sindaco Melchionda e i suoi collaboratori parlano di «accordo storico che conclude una controversia protrattasi per diversi secoli». Dall’altro lato, Rosania e Vastola non solo chiedono al Tar l’annullamento della delibera, ma aspettano che venga fatta piena luce.

sabato 28 febbraio 2009

USI CIVICI A EBOLI. UNA QUESTIONE SENZA FINE ?

da il Mattino di Salerno
28/02/2009

Eboli. Torna in consiglio comunale con una interrogazione urgente la vicenda dei terreni dell’Istituto Orientale, un contenzioso ultradecennale su 400 ettari di fondi agricoli che il comune di Eboli donò al Collegio dei Cinesi. Su una superficie di oltre due milioni di metri quadrati torna ad insediarsi lo scontro politico che ora potrebbe avere anche conseguenze sull’accordo transattivo in prima battuta approvato dal consiglio comunale e sul quale c’è l’ultima parola dell’Avvocatura dello Stato. Un consigliere comunale del Pd, Mauro Vastola, ripropone la vicenda che già aveva avuto diversi commenti. «Ci siamo riappropriati di 2 milioni di metri quadrati di terreni, in una zona strategica della Piana del Sele. Su quei terreni potrà già nascere il porto turistico, in attesa che il consiglio comunale torni a discuterne per darne gli indirizzi concreti» aveva sostenuto il presidente del consiglio comunale, Mario Conte. Il sindaco Melchionda: «Il consiglio comunale ha posto fine a un lungo braccio di ferro, ottenendo così la restituzione di 150 di ettari di terreno. Ora ne avremo la proprietà esclusiva». All’Orientale resteranno i fondi San Pietro Primo, San Pietro e Petruccia: «Su questi terreni abbiamo rinunciato al diritto degli usi civici», ha spiegato Melchionda. Cosimo Pio Di Benedetto (Pdl): «La transazione poteva essere chiusa con un risultato migliore». «La proposta transattiva, raffrontata alla normativa sugli usi civici del 1927 ed alla legge regionale numero 11 dell’81 - dice il consigliere comunale Mauro Vastola - offre uno spunto ad una serie di dubbi ed interogativi». Prima cifra da stabilire, secondo Vastola, è l’estensione totale dei terreni su i quali il comune di Eboli rivendica il diritto di uso civico. Perchè sugli usi civici «i proprietari sono i cittadini di Eboli, non i privati e lo stesso comune. «Al Comune spetta solo l’attività di gestione e di amministrazione dei terreni gravati da usi civici e non può disporre degli stessi» aggiunge Vastola. Sugli stessi terreno insistono anche una serie di occupatori. «È giusto ed opportuno che in consiglio comunale si conoscano gli attuali occupatori dei terreni e la loro legittimazione. Perchè c’è un interrogativo al quale chiedo risposta: è vero che con la conciliazione inserita nella proposta transattiva i terreni vengono posseduti in enfiteusi dagli occupatori i quali potranno affrancarselo con il pagamento del canone attuale moltiplicato per quindici vantando effettuati miglioramenti agrari?»

mercoledì 18 febbraio 2009

USI CIVICI A EBOLI (SA)

dal Mattino di Salerno
18/02/2009


FRANCESCO FAENZA Eboli.
Il comune si riappropria dei terreni dell’Orientale, i socialisti di Conte lanciano l’idea: «costruiamo il porto turistico». L’opposizione non vota la delibera e boccia l’operazione: «Non hanno un’idea da spendere, si rifanno ai progetti di Conte di 20 anni fa” afferma Cosimo Pio Di Benedetto (Pdl). Si conclude tra le polemiche un contenzioso decennale su 400 ettari di fondi agricoli che il comune di Eboli donò al Collegio dei Cinesi (l’antesignano dell’istituto universitario orientale) fondato dal missionario ebolitano. Mario Conte, presidente del consiglio comunale, ha già la prima proposta da lanciare: «Ci siamo riappropriati di 2 milioni di metri quadrati di terreni, in una zona strategica della Piana del Sele. Su quei terreni potrà già nascere il porto turistico, in attesa che il consiglio comunale torni a discuterne per darne gli indirizzi concreti». Su un concorso internazionale di idee è orientato il sindaco di Eboli, Martino Melchionda: «Il consiglio comunale ha posto fine a un lungo braccio di ferro, ottenendo così la restituzione di 150 di ettari di terreno. Ora ne avremo la proprietà esclusiva. Ma i rapporti con l’Orientale non sono compromessi. Avvieremo una gestione collettiva per dare un impulso alle attività agricole». I fondi contesi sorgono a pochi metri dal mare e dal fiume Sele. Ma anche dalla discarica di Coda di Volpe. Senza la bonifica di quest’area, con 25mila ecoballe di rifiuti, sarà difficile parlare di progetti di rilancio. Nella proprietà del comune rientrano 100 ettari del fondo Santa Cecilia, 5 ettari del fondo Badia. All’Orientale resteranno i fondi San Pietro Primo, San Pietro e Petruccia: «Su questi terreni abbiamo rinunciato al diritto degli usi civici», spiega Melchionda. Restano da definire gli interventi sul fondo Santa Cecilia, presente lungo la provinciale 30. Scuote la testa l’opposizione: «Dopo un anno e mezzo la giunta Melchionda non ha partorito un’idea valida su cosa fare di quei terreni- afferma Cosimo Pio Di Benedetto (Pdl)-. L’Orientale ha solo l’interesse di fittarli ai privati, ma chi vuoi che venga a costruire una Università qui? Rispolverare le idee di Conte significa o che Conte aveva visto giusto vent’anni fa, oppure che Melchionda è in ritardo di 20 anni con i suoi progetti. La transazione poteva essere chiusa con un risultato migliore. Il concorso internazionale di idee è la soluzione di chi non ha idee. Con quella delibera, il sindaco non ha vincoli di alienazione dei terreni, può venderli a chi gli pare. Prima di cantare vittoria, andiamo a vedere i diritti dei privati su quei terreni. Sugli usi civici c’è poco da cantare vittoria, potevamo ottenerne 400 ettari, ce ne siamo accontentati di 150». Sulla vicenda interviene Giuseppe La Brocca, capogruppo dell’Mpa: «Bisognava chiarire la partita degli usi civici, ma non è stata fatta chiarezza. Se la maggioranza avesse fatto l’un per cento dei suoi proclami, saremmo la città più bella d’Europa. Purtroppo la realtà è ben diversa». A calmare gli animi ci prova Mario Conte. Per ora i 150 ettari sono passati nella proprietà del comune: «A breve faremo un consiglio comunale per discutere sui quali progetti realizzare sui fondi dell’Orientale. Abbiamo da poco concluso una vecchia vertenza». Ma le contestazioni all’operazione sono solo all’inizio.

mercoledì 11 febbraio 2009

GIURISDIZIONE SUI BENI DEMANIALI

Riparto di giurisdizione in tema di concessioni di beni demaniali
Consiglio di Stato , sez. VI, decisione 03.02.2009 n° 586


Sintetica ma efficace la pronuncia n. 586/2009 dei giudici di Palazzo Spada riguardante il riparto di giurisdizione in materia di concessioni di beni demaniali.
Il Consiglio di Stato ritiene che sussiste la giurisdizione del G.A. per una controversia in materia di concessioni di beni demaniali nel caso in cui essa riguardi una delibera con la quale l’amministrazione, nell’esercizio di un potere autoritativo, ha rideterminato il quantum del canone da pagare.
Mentre il T.A.R., declinando la propria giurisdizione, aveva affermato la cognizione dell’A.G.O., sulla base del disposto dell’art. 5, comma 2, L. 1034/1971, il Consesso è lapidario nell’affermare che: secondo giurisprudenza consolidata (cfr. Cass., Sez.Un. n. 411/2007), “ le controversie concernenti indennità, canoni ed altri corrispettivi riservate, in materia di concessioni amministrative, alla giurisdizione del giudice ordinario sono quelle contrassegnate da un contenuto meramente patrimoniale, attinente al rapporto interno tra p.a. concedente e concessionario del bene, contenuto in ordine al quale la contrapposizione tra le parti si presta ad essere schematizzata secondo il binomio “obbligo-pretesa”, senza che assuma rilievo un potere di intervento riservato alla p.a. per la tutela di interessi generali”. Qualora, invece, la controversia esuli da tali limiti, coinvolgendo la verifica di come l’amministrazione ha esercitato i suoi poteri autoritativi incidendo sul rapporto concessorio, il conflitto tra p.a. e concessionario si configura secondo il binomio “ potere-interesse” e viene attratto nella sfera di competenza giurisdizionale del giudice amministrativo.
Pertanto, sussiste la giurisdizione del GA atteso che la controversia coinvolge la verifica di come la P.A. abbia esercitato i suoi poteri autoritativi incidendo sul rapporto concessorio.
(DA Altalex, 11 febbraio 2009)


Consiglio di Stato
Sezione VI
Decisione 3 febbraio 2009, n. 586
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta)
ha pronunciato la seguente
DECISIONE
sul ricorso in appello n. 8807/2003, proposto da C. A., rappresentato e difeso dagli avv.ti Silvio Malossini e Francesco Vannicelli, elettivamente domiciliato presso lo studio di quest’ultimo in Roma alla via Varrone, n. 9;
contro
il Comune di Bocenago, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dagli avv.ti prof. Paolo Stella Richter e Paolo Dalla Fior, elettivamente domiciliato in Roma presso lo studio del primo in Roma, viale G. Mazzini, n. 11;
la Provincia Autonoma di Trento, in persona del Presidente pro tempore, non costituitasi nel presente grado di giudizio;
per la riforma e l’annullamento
della sentenza del Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa del Trentino-Alto Adige sede di Trento, n. 187/2002, resa tra le pari;
Visto il ricorso con i relativi allegati;
Visto la memoria di costituzione in giudizio del Comune di Bocenago;
Vista la memoria difensiva notificata dall’appellante a sostegno delle sue posizioni;
Visti gli atti tutti della causa;
Relatore alla udienza pubblica del 7 novembre 2008, il Consigliere Roberto Giovagnoli, ed uditi altresì gli avv.ti Vannicelli e Stella Richter;
FATTO E MOTIVI DELLA DECISIONE
Ritenuto in fatto e considerato in diritto:
- che il Tribunale di primo grado ha declinato la giurisdizione sulla base dell’art. 5, comma 2, della l. n. 1034/1971, che attribuisce alla giurisdizione del giudice ordinario le controversie concernenti indennità, canoni ed altri corrispettivi relativi ad un rapporto di concessione di beni demaniali;
- che, secondo giurisprudenza consolidata (cfr. Cass. Sez. Un. n. 411/2007), “le controversie concernenti indennità, canoni ed altri corrispettivi riservate, in materia di concessioni amministrative, alla giurisdizione del giudice ordinario sono quelle contrassegnate da un contenuto meramente patrimoniale, attinente al rapporto interno tra p.a. concedente e concessionario del bene, contenuto in ordine al quale la contrapposizione tra le parti si presta ad essere schematizzata secondo il binomio “obbligo-pretesa”, senza che assuma rilievo un potere di intervento riservato alla p.a. per la tutela di interessi generali”. Qualora, invece, la controversia esuli da tali limiti, coinvolgendo la verifica di come l’amministrazione ha esercitato i suoi poteri autoritativi incidendo sul rapporto concessorio, il conflitto tra p.a. e concessionario si configura secondo il binomio “potere-interesse” e viene attratto nella sfera di competenza giurisdizionale del giudice amministrativo;
- che, in applicazione di tali principi, nel caso di specie deve essere affermata la giurisdizione amministrativa, in quanto oggetto del giudizio è la delibera con la quale il Comune di Bocenago, nell’esercizio di un potere autoritativo, ha riderminato il quantum del canone da pagare;
- che, pertanto, la sentenza appellata va annullata con rinvio al Tribunale di primo grado affinché dia luogo al giudizio di merito;
- che la decisione sulle spese, anche del presente grado, verrà assunta al momento della definizione del giudizio, alla luce dell’esito della lite;
P.Q.M.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Sesta, non definitivamente pronunciando accoglie l’appello e, per l’effetto, annulla la sentenza appellata con rinvio al giudice di primo grado.
Spese al definitivo.
Ordina che la presente decisione sia eseguita dall’Autorità amministrativa.
Così deciso in Roma, il 7 novembre 2008 dal Consiglio di Stato in sede giurisdizionale - Sez. VI - nella Camera di Consiglio, con l'intervento dei Signori:
Claudio VARRONE Presidente
Paolo BUONVINO Consigliere
Domenico CAFINI Consigliere
Bruno Rosario POLITO Consigliere
Roberto GIOVAGNOLI Consigliere Est.
Presidente
CLAUDIO VARRONE
Consigliere Segretario
ROBERTO GIOVAGNOLI STEFANIA MARTINES
DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 03/02/2009.

LA SDEMANIALIZZAZIONE DI BATTIPAGLIA (SA)

11/02/2009

dal Mattino

RITA TRAPANESE
Battipaglia. Circa due milioni e 400mila euro finora incassati ed un altro milione ancora da riscuotere. Un'autentica boccata d'ossigeno per le asfittiche casse comunali arriva dalla vendita dei terreni di usi civici ubicati in località Difesa Nuova, nel comune di Pontecagnano Faiano. Suoli la cui proprietà è stata assegnata a Battipaglia all'atto della costituzione a comune ma che sono restati sempre sotto la competenza amministrativa del centro picentino. Aree (comprese in massima parte tra la linea ferroviaria e la strada SS18) occupate nel tempo da abusivi che poi hanno avuto modo di regolarizzare la proprietà in seguito ad un articolato iter che ha portato alla loro sdemanializzazione. E proprio i contratti (sedici sui possibili ventiquattro) già stipulati tra l'ente locale e quanti hanno espresso la volontà di acquistare il suolo su cui nel frattempo avevano avviato attività produttive o costruito abitazioni hanno consentito di registrare un'"entrata" positiva nei conti del comune. Una voce presente da tempo nel bilancio di previsione annuale che però finora non aveva portato ad un effettivo incasso per svariati intoppi burocratici. Lunghi scambi di incartamenti tra comune e uffici regionali, diversi ricorsi al tribunale amministrative fino all'ultima sentenza del Tar di Salerno che ad ottobre del 2006 ha accolto un'istanza presentata dall'avvocato Giuseppe Lullo, responsabile dell'Ufficio Legale dell'ente. Nell'ordinanza si rimarcava la "perdurante inerzia" della Regione Campania, e si nominava un commissario ad acta per definire l'ormai annosa questione. C'è stata poi anche una rinuncia all'incarico di un primo funzionario. L'impasse è stato superato con la nomina a commissario della dottoressa Rosa La Ragione che ha dato una svolta alla procedura ("i terreni in questione hanno perso la destinazione agro-silvo-pastorale", si leggeva nelle motivazioni della sentenza) fino ad arrivare ad emettere il decreto di sdemanializzazione dei terreni con l'assegnazione agli abusivi dei relativi suoli con la clausola di una verifica finale delle aree rispetto ad eventuali vincoli aeroportuali. Gli occupanti per entrare nel pieno possesso dei suoli hanno dovuto pagare un prezzo a metro quadro stabilito dall'Ufficio Tecnico Erariale ed aggiornato secondo l'Istat. Dunque un iter conclusosi solo di recente ma iniziato, tra molte polemiche, nel lontano 1995 durante la prima amministrazione del sindaco Fernando Zara. I terreni interessati dal processo di sdemanializzazione, oltre che in agro di Pontecagnano Faiano, sono presenti anche nel territorio di Eboli. Ed, in merito a questi ultimi, si è avviata la relativa procedura che dovrebbe portare alla vendita di decine e decine di appezzamenti a monte della strada litoranea, partendo da una recente ed aggiornata ricognizione della zona. Per questi lotti si è in attesa dei pareri dell'Autorità di Bacino e dello stesso comune di Eboli per poter poi inviare tutti gli incartamenti alla Regione. Questa ulteriore operazione di vendita dei beni demaniali dovrebbe fruttare altri due milioni di euro. Una somma però che dovrà essere utilizzata, così come quella finora incassata, per realizzare un'opera pubblica sul territorio cittadino nel rispetto della originaria destinazione dei suoli all'utilizzo della comunità battipagliese.

martedì 10 febbraio 2009

GLI USI CIVICI SU STRISCIA LA NOTIZIA DEL 3 FEBBRAIO 2009

(segnalazione puntuale come al solito del dott. G. B. Venneri di Casalvelino -SA-)
Martedì 03 Febbraio 2009
Capitan Ventosa e le mucche
Una vicenda di liti decennali e di mucche
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E SU 119 PUNTATA

mercoledì 21 gennaio 2009

IL TAR SALERNO SUL CASO HOTEL CASTELSANDRA DI CASTELLABATE

N. 00019/2009 REG.SEN.
N. 01867/2007 REG.RIC.
N. 01868/2007 REG.RIC.
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Campania
sezione staccata di Salerno (Sezione Seconda)
ha pronunciato la presente
SENTENZA
Sul ricorso numero di registro generale 1867 del 2007, proposto da: Agizza Antonio, rappresentato e difeso dagli avv. Pietro Federico e Lorenzo Lentini, con domicilio eletto presso l’avv. Lorenzo Lentini in Salerno, c.so Garibaldi, 103;
contro
Comune di Castellabate, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall'avv. Adriano Tortora, con domicilio eletto presso la Segreteria del Tar;Regione Campania, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentata e difesa dall'avv. Beatrice Dell'Isola, con domicilio eletto presso gli uffici regionali in Salerno, c.so Garibaldi,33 ; Ministero Per i Beni e Le Attivita' Culturali, Soprintendenza Beni Arch., Paesaggio,Patr.Storico e Demoet, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall’ l’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Salerno, con domicilio eletto presso di questa in Salerno, corso Vittorio Emanuele n. 58;Ente Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato di Salerno con domicilio eletto presso la sede di questa in Salerno, corso Vittorio Emanuele N.58;
nei confronti di
Società Ardea S.p.a., Ditta Insalata Elia, Ditta Manna Oreste, in persona dei legali rappresentanti p.t., non costituiti in giudizio;

Sul ricorso numero di registro generale 1868 del 2007, proposto da: Societa' Hotel Castelsandra di Romano Leonilde & C. s.a.s., in persona del legale rappresentante p.t., rappresentata e difesa dagli avv. Pietro Federico e Lorenzo Lentini, con domicilio eletto presso l’avv. Lorenzo Lentini in Salerno, c.so Garibaldi, 103;
contro
Comune di Castellabate, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall'avv. Adriano Tortora, con domicilio eletto presso la Segreteria del Tar;Regione Campania, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentata e difesa dall'avv. Beatrice Dell'Isola, con domicilio eletto presso gli uffici regionali in Salerno, c.so Garibaldi,33 ; Ministero Per i Beni e Le Attivita' Culturali, Soprintendenza Beni Arch., Paesaggio,Patr.Storico e Demoet, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall’ l’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Salerno, con domicilio eletto presso di questa in Salerno, corso Vittorio Emanuele n. 58;Ente Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato di Salerno con domicilio eletto presso la sede di questa in Salerno, corso Vittorio Emanuele N.58;
nei confronti di
Società Ardea S.p.a., Ditta Insalata Elia, Ditta Manna Oreste, in persona dei legali rappresentanti p.t., non costituiti in giudizio;
per l'annullamento
previa sospensione dell'efficacia,
quanto ai ricorsi principali:
della delibera di Giunta Comunale del Comune di Castellabate n. 137 del 15-5-2004, con la quale si è approvato il progetto esecutivo di demolizione del I lotto delle opere edilizie abusive del complesso Hotel Castelsandra, in uno ai relativi allegati progettuali;
del verbale di conferenza di servizi del 6-7-2007, con il quale sono stati acquisiti i pareri favorevoli delle autorità di tutela paesaggistico-ambientale sul progetto di demolizione;
del protocollo di intesa richiamato nel predetto verbale di conferenza di servizi;
della nota della Regione Campania- Area Gestione del Territorio- prot. n. 3960 del 23-2-2004 di richiesta di trasmissione del progetto di demolizione;
della nota 8548 del 16-4-2004, con cui la regione Campania ha diffidato il Comune di Castellabate a procedere alla demolizione abusiva delle opere, con avviso dell’attivazione dei poteri sostitutivi in caso di ulteriore inerzia;
della nota 2573 del 3-3-2004 del Comune di Castellabate di richiesta di assegnazione somme di cui al fondo di rotazione ex l.reg. n. 15/2002 per la demolizione del complesso immobiliare;
ove occorra, della nota prot. 36 del 26-10-2003 dell’UTC di trasmissione dello studio di fattibilità relativo agli interventi di demolizione;
del decreto dirigenziale della Regione Campania del 29-12-2003 di assegnazione al Comune della somma di euro 600000 per la demolizione delle opere abusive;
ove occorra, della delibera di C.C. del Comune di Castellabate, con cui si è ribadita la volontà di conservare le opere del complesso immobiliare Hotel Castelsandra, realizzate con titoli edilizi formalmente rilasciati e di conservarle nel patrimonio comunale ai fini del pubblico utilizzo;
del bando dell’1-10-2007 di indizione di procedura aperta per l’affidsamento dei lavori di demolizione, in uno al relativo disciplinare di gara ed alle determine dirigenziali di approvazione;
dei verbali di gara, nonché della determinazione di aggiudicazione dei lavori;
di ogni altro atto presupposto, connesso o conseguente;
quanto agli atti di motivi aggiunti:
degli atti già impugnati con il ricorso principale nonché
della determina n. 576/AC del 28-12-2007, a firma del Responsabile dell’area tecnica, di approvazione degli atti e del verbale di gara e di aggiudica definitiva in favore dell’A.T.I. Ardea-Insalata-Manna dei lavori di demolizione delle opere edilizie abusive del compendio immobiliare denominato Castelsandra;
ove occorra, di tutti i verbali di gara e in particolare del verbale prot. n. 4674 del 2-11-2007 di aggiudica e degli atti consequenziali;
ove occorra di tutti gli atti presupposti e, in particolare:
del decreto dirigenziale n. 2587 del 29-12-2003, di copertura finanziaria dell’intervento demolitorio;
della delibera di G.M. n. 137 del 15-5-2004, con la quale è stato approvato il progetto esecutivo delle opere di demolizione;
della delibera di C.C. n. 10 del 4-5-2004, che ha inserito l’intervento nell’elenco triennale dei LL.PP.;
della determina a contrattare n. 307 del 6-7-2007 di avvio della gara in oggetto, procedendo alla pubblicazione del bando;
della nota prot. n. 15782 del 7-8-2007 del RUP, di sospensione della gara di cui al prot. n. 3954/2007;
della determina UTC di Castellabate n. 462 dell’1-10-2007;
del bando di gara prot. n. 4243 dell’1-10-2007;
delle note dell’UTC prot. 4871la/FLS e 4781b/AC del 9-11-2007 di comunicazione di aggiudica provvisoria;
della nota n. 22468 dell’ATI, con la quale si è dimostrato il possesso dei requisiti richiesti;
ove occorra,
della nota UTC n. 22339 del 16-11-2007;
dei verbali di riunione tra EE.LL. del 17-7, 4-9, 23-9 e del 28-10 del 2003;
della comunicazione di avvio del procedimento prot. 10095 del 5-5-2004;
della delibera di G.M. n. 125 del 6-6-2007;
di ogni altro atto presupposto, connesso e conseguente.

Visti i ricorsi con i relativi allegati;
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Comune di Castellabate;
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Regione Campania;
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ente Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano;
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Comune di Castellabate;
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Regione Campania;
Visto l'atto di costituzione in giudizio di Ministero Per i Beni e Le Attivita' Culturali;
Viste le memorie difensive;
Visti tutti gli atti della causa;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 15/05/2008 il dott. Francesco Mele e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue:

FATTO
Con ricorso notificato il 27/11/2007 e depositato in pari data, iscritto al n. 1867/2007 R.G. il signor Antonio Agizza, in qualità di socio della s.a.s. Hotel Castelsandra e di gestore del complesso alberghiero sito in agro del Comune di Castellabate, impugnava dinanzi a questo Tribunale amministrativo Regionale i provvedimenti in epigrafe specificati, relativi alla demolizione delle opere edilizie abusive del complesso Hotel castelsandra, deducendone la illegittimità e chiedendone l’annullamento.
Con articolata prospettazione denunziava: 1 ) Violazione di legge (artt. 324 cpc e 2909 c.c.)- violazione del giudicato- eccesso di potere per arbitrarietà, travisamento, sviamento, iniquità, erroneità dei presupposti – violazione dei principi di imparzialità, correttezza, buona fede ed affidamento; 2) Violazione di legge (artt. 31 e ss. , 32 e 32 l. n. 47/1985)- eccesso di potere per travisamento, difetto dei presupposti, di istruttoria, arbitrarietà, sviamento, iniquità – violazione del giusto procedimento- violazione dell’art. 21 nonies l. n. 241/1990; 3) Eccesso di potere per contraddittorietà, illogicità, irrazionalità, ingiustizia manifesta, sviamento; 4) Violazione di legge ( art. 12 l. n. 1766/1927 e 10 l.r.C. n. 11/1981) – violazione del giusto procedimento – eccesso di potere per difetto di istruttoria, del presupposto, di motivazione, iniquità, sviamento; 5) Violazione di legge (art. 27 e ss., 41 dpr n. 380/2001) – eccesso di potere per difetto, erroneità dei presupposti, arbitrarietà, sviamento, iniquità; 6) Violazione dei principi di tipicità e tassatività del regime sanzionatorio paesistico – violazione di legge ( art. 167 dlgs 42/2004, art. 6 l.r.C. n. 65/1981) – eccesso di potere; 7) Violazione di legge (artt. 3, 4 e 5 l.r.c. n. 16/1981 in relazione al PRG di Castellabate) – eccesso di potere per difetto del presupposto, erroneità, sviamento, violazione del giusto procedimento e difetto di istruttoria; 8) Violazione dei principi in teme di decisione della questione pregiudiziale- eccesso di potere per erroneità, sviamento, violazione del giusto procedimento, difetto di istruttoria- violazione della tutela dell’affidamento; 9) Eccesso di potere e nullità di tutti gli atti emessi a seguito della confisca penale.
Con ricorso notificato il 27/11/2007 e depositato in pari data, iscritto al n. 1868/2007 R.G., la società Hotel Castelsandra di Romano Leonilde e C. s.a.s. proponeva ricorso giurisdizionale avverso i suddetti provvedimenti amministrativi, articolando le medesime censure già prospettate dal signor Antonio Agizza.
Con successivi atti di motivi aggiunti, notificati il 17-1-2008 e depositati il 28-1-2008, il signor Agizza e la società Hotel Castelsandra impugnavano gli atti in epigrafe specificati, sempre relativi al procedimento di demolizione delle opere abusive del compendio alberghiero Hotel Castelsandra e all’affidamento dei relativi lavori, denunziando illegittimità derivata ed i seguenti vizi propri: 1) Violazione di legge (artt. 7 e 21 nonies l. n. 241/1990, in relazione agli artt. 31 e ss. dpr n. 380/2001)- violazione del giusto procedimento- eccesso di potere per illogicità, contraddittorietà, arbitrarietà, difetto di motivazione, di istruttoria e sviamento; 2) Violazione di legge ( artt. 31, 38 e 44 l. n. 47/1985)- violazione del giusto procedimento,- eccesso di potere per difetto assoluto di presupposto, arbitrarietà, iniquità e sviamento; 3) Contraddittorietà, illogicità e violazione delle prescrizioni dell’Assessore all’Urbanistica della Regione Campania; 4) Violazione dei principi generali in tema di manifestazione di volontà e di autotutela- violazione dell’onus clare loquendi- violazione degli artt. 7 e 10 della l. n. 241/1990- violazione del contraddittorio e del diritto di difesa- eccesso di potere.
Instauratosi il contraddittorio, si costituivano in giudizio il Comune di Castellabate, la Regione Campania ed il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, deducendo l’inammissibilità e l’infondatezza dei ricorsi.
Le cause venivano discusse e trattenute per la decisione all’udienza del 15 maggio 2008.
DIRITTO
Deve preliminarmente essere disposta la riunione dei ricorsi iscritti ai nn. 1867/2007 e 1868/2007 R.G. per evidente connessione oggettiva e soggettiva.
Trattasi, invero, di ricorsi proposti avverso le medesime amministrazioni, concernenti gli stessi provvedimenti amministrativi ed afferenti ad un’unica vicenda, relativa alla demolizione di opere edilizie eseguite nel Comune di Castellabate.
Ciò premesso, ritiene il Tribunale che i ricorsi ed i successivi motivi aggiunti siano infondati nel merito e vadano pertanto respinti.
La prima questione che deve essere esaminata dal Collegio concerne il condono delle opere abusive delle quali è stata disposta la demolizione.
Parte ricorrente richiama in proposito la sentenza n. 2/2004 del Commissario per gli Usi Civici della Campania, assumendo che la stessa, con autorità di cosa giudicata, avrebbe affermato: “- la titolarità della concessione in godimento prevista dall’art. 32 della legge n. 47/1985; - il carattere sostanziale di concessione edilizia in sanatoria del parere prot. n. 218/2001, a firma del Sindaco e del responsabile del Servizio; - l’assenso implicito, attraverso il suddetto parere prot. n. 218/2001 alla disponibilità in uso delle aree demaniali gravate da usi civici, ai sensi dell’art. 32 della legge n. 47/1985”.
Deve, pertanto, acclararsi se effettivamente sulle richiamate affermazioni si sia formato il giudicato, onde escludere la possibilità da parte di questo giudice di un autonomo esame della questione.
Ritiene in proposito il Tribunale che non vi sia formazione di giudicato sul punto.
Costituisce costante affermazione giurisprudenziale (Cass. 23-12-1999, n. 14477; 6-9-1999, n. 9401) quella secondo cui il giudicato sostanziale (art. 2909 c.c.)- che, in quanto riflesso di quello formale (art. 324 cpc) fa stato ad ogni effetto fra le parti per l’accertamento del diritto controverso – si forma su tutto ciò che ha costituito oggetto della decisione, compresi gli accertamenti di fatto, i quali rappresentano le premesse necessarie ed il fondamento logico-giuridico della pronuncia, spiegando, quindi, la sua autorità non solo nell’ambito della controversia e delle ragioni fatte valere dalle parti (cosiddetto giudicato esplicito), ma estendendosi necessariamente agli accertamenti che si ricollegano in modo inscindibile con la decisione, formandone il presupposto, così da coprire tutto quanto rappresenta il fondamento logico-giuridico della pronunzia; pertanto, l’accertamento su di un punto di fatto o di diritto costituente la premessa necessaria della decisione divenuta definitiva, quando sia comune ad una causa introdotta posteriormente, preclude il riesame della questione, anche se il giudizio successivo abbia finalità diverse da quelle del primo ed a condizione che i due giudizi abbiano identici elementi costitutivi dell’azione (soggetti, causa pretendi e petitum), secondo l’interpretazione della decisione affidata al giudice di merito.
L’autorità di cosa giudicata, quindi, copre le questioni che, ove non dedotte specificamente, hanno costituito dei precedenti logici necessari alla pronuncia (cfr. Cass. 29-5-1999, n. 5241), formando la premessa logica indispensabile della statuizione contenuta nel dispositivo della sentenza con autorità di cosa giudicata (cfr. Cass. 16-4-1999, n. 3795), costituendo, dunque, precedenti logici essenziali e necessari alla pronuncia (Cass. 14-1-2000, n. 14747).
Ciò posto, va osservato che l’oggetto del giudizio svoltosi dinanzi al Commissario per gli Usi Civici, come si evince dalla richiamata sentenza n. 3/2004, concerne la declaratoria di demanialità civica dei terreni su cui è sorto il complesso alberghiero Hotel Castelsandra, al fine della declaratoria di nullità del decreto di confisca n. 19/89 M.P., nonché l’obbligo di restituzione del suddetto complesso alberghiero al ricorrente”.
Ed, invero, il dispositivo della sentenza, per la qual parte si assume si passaggio in giudicato, “dichiara che l’area di sedime sulla quale insiste il complesso alberghiero “Hotel Castelsandra” ed i manufatti ed infrastrutture sovrastanti rientrano nel demanio civico del Comune di Castellabate”.
Non vi è, dunque, alcuna statuizione di merito (non essendovi tra l’altro corrispondenza alcuna con la domanda proposta) in ordine alla sanatoria urbanistico-edilizia di opere abusive concernenti il predetto complesso, suscettibile di acquistare autorità di cosa giudicata.
Rileva, invero, il Tribunale che i “dicta” giurisdizionali richiamati dal ricorrente non attengono all’oggetto principale del giudizio ( accertamento della natura demaniale civica del bene), ma costituiscono argomentazioni volte a giustificare la reiezione delle eccezioni di carenza di legittimazione e di interesse ad agire formulate dalle controparti.
E’, invero, in tale parte della sentenza ed all’esclusivo fine della ammissibilità dell’esame delle domande di merito che il Commissario per la liquidazione degli usi civici afferma della esistenza di una disponibilità all’uso del suolo ex art. 32 della legge 47/1985 in presenza di parere favorevole rilasciato dal Sindaco e dal Responsabile del servizio del Comune di Castellabate in data 29-9-2001 (prot. n. 218/2001), assumendo pure che tale provvedimento rivestirebbe “natura sostanziale di concessione”.
Deve, pertanto, ritenersi che la soluzione delle questioni di rito abbia funzione meramente preparatoria della decisione finale di merito e non formi oggetto del giudicato.
In ogni caso, le richiamate affermazioni varrebbero al limite a sostenere nel presente giudizio, con efficacia preclusiva di altra statuizione, una legittimazione ovvero un interesse ad agire di parte ricorrente (necessariamente richiedendosi comunque identità di personae , petitum e causa pretendi, questione sulla quale, peraltro, non appare indispensabile, ai fini della decisione, indagare nella presente sede ), ma non certamente ad impedire al Tribunale di esaminare autonomamente, al fine dell’accertamento di legittimità dei provvedimenti assunti dalla p.a., questioni concernenti la sanatoria dei beni in contestazione.
Né, a parere del Collegio, le affermazioni del Commissario per la liquidazione degli usi civici richiamate dai ricorrenti possono costituire giudicato implicito nel presente giudizio.
Questo, come si è sopra detto, si riferisce ai precedenti logici essenziali e necessari della pronuncia.
Invece, nella fattispecie in esame, la sanatoria delle costruzioni non incide né interferisce assolutamente in via logica con la statuizione, contenuta nel dispositivo della sentenza, della natura demaniale civica dei beni, prescindendo questa assolutamente dal regime edilizio-urbanistico dei manufatti.
Tale natura, invero, è questione che può essere risolta senza dover necessariamente indagare, come in realtà è avvenuto, sulla avvenuta sanatoria o meno delle costruzioni.
Non vi è, dunque, alcun rapporto di presupposizione logica, risultando la questione essere stata esaminata dal Commissario solo al fine meramente processuale di ritenere ammissibile la domanda di merito proposta.
Sulla base delle considerazioni tutte sopra svolte, dunque, risulta infondato il primo motivo di ricorso con il quale viene dedotta elusione di giudicato e questo Tribunale può autonomamente esaminare le questioni concernenti il condono dei manufatti senza incontrare preclusione alcuna riveniente da giudicato.
La disamina di tali questioni, impone, peraltro, un preliminare chiarimento in ordine al regime dominicale delle aree e delle opere abusive per cui è causa.
Le stesse non appartengono al ricorrente, ma sono di proprietà del Comune di Castellabate.
Tale circostanza è pacifica tra le parti ed è stata definitivamente chiarita dalla richiamata pronuncia del Commissario per la Liquidazione degli Usi Civici, la quale ha affermato che “non è contestabile il carattere di demanio civico dell’area di sedime di cui risulta titolare il Comune di Castellabate, così come non è discutibile che in virtù del principio dell’accessione detto Comune sia altresì proprietario del complesso turistico alberghiero e delle infrastrutture realizzate dalla società Hotel Castelsandra, e che anche questi beni abbiano assunto carattere di demanio civico”. Trattasi, dunque, di beni che “sono soggetti ad un regime giuridico che ha i caratteri propri della demanialità in quanto sono inalienabili, incommerciabili, imprescrittibili, non suscettibili di pignoramento e quindi di espropriazione forzata tanto su istanza di parte che della stessa P.A.”.
Ciò premesso, e venendo allo specifico esame delle questioni sollevate da parte ricorrente, va in primo luogo evidenziato che per i beni in relazione ai quali è stata disposta la demolizione non vi è stata emanazione di alcun provvedimento di condono edilizio ovvero di concessione in sanatoria.
Non si rinviene, al riguardo, negli atti di causa alcun provvedimento espresso, conclusivo del relativo procedimento, che abbia sanato dal punto di vista urbanistico-edilizio i manufatti per cui è causa.
Né è possibile ritenere che valore sostanziale di concessione in sanatoria sia rivestito dalla determinazione n. 218/2001 del 26-9-2001, con la quale, in relazione alla domanda di condono prodotta dalla Società, il Comune di Castelsandra ha espresso “parere favorevole ai sensi dell’art. 32 della legge n. 47/1985”.
Costituisce, invero, ormai pacifica acquisizione giurisprudenziale (cfr. da ultimo TAR Lazio, II, 12-5-2008, n. 3867) quella secondo cui il parere favorevole della Commissione Edilizia e la sua comunicazione non costituiscono rilascio della concessione edilizia, che è atto formale ed autonomo.
Tali considerazioni valgono anche per la concessione edilizia in sanatoria, ove alcun rilievo di equipollenza è possibile scorgere né nel parere della Commissione Edilizia Integrata né nel parerre reso ai sensi dell’art. 32 della legge n. 47/1985 , il quale è atto endoprocedimentale, non conclusivo del procedimento, diverso ed autonomo rispetto alla concessione edilizia in sanatoria, come chiaramente dimostrato dalla stessa lettera della legge, la quale subordina il rilascio di quest’ultima al previo parere favorevole dell’autorità preposta al vincolo (così stigmatizzando la distinzione e la valenza autonoma dei due atti).
Quest’ultimo, invero, nella considerazione della giurisprudenza è ritenuto unicamente atto equipollente ad un ordinario nulla osta paesaggistico.
Va, poi, precisato, con riferimento allo specifico caso concreto, che la richiamata determinazione n. 218/2001 costituisce parere favorevole sotto il profilo paesaggistico in relazione ad opere realizzate in area sottoposta a vincolo e non anche atto di disponibilità dell’ente proprietario alla concessione onerosa del suolo per l’ipotesi di manufatti realizzati su aree di proprietà di enti pubblici territoriali, ai sensi del terz’ultimo comma del richiamato art. 32 della legge n. 47/1985.
Difatti, come si evince chiaramente dal contenuto del provvedimento (che contiene un generico richiamo all’art. 32), la determinazione favorevole riguarda la sola compatibilità paesaggistico-ambientale delle opere; non vi è riferimento alcuno alla concessione della disponibilità di un suolo demaniale e vi è una espressa affermazione di equipollenza dell’atto alla autorizzazione preventiva di cui all’art. 151 del D.L.gvo n. 490/1999, nonché il richiamo ad una esclusiva valutazione di compatibilità paesaggistica (“parere favorevole a condizione che eventuali manufatti che determinano un particolare impatto ambientale vengano opportunamente trattati con un mirato intervento di recupero paesistico ambientale”).
Va, infine, osservato che non appare corretta l’affermazione del Commissario per la Liquidazione degli Usi Civici, nella parte in cui rileva che detto parere sarebbe “significativamente intervenuto due giorni dopo il decreto direttoriale del 27-9-2001 dell’Agenzia del Demanio”.
Invero, il parere, come risulta dalla copia conforme depositata in giudizio, è precedente, in quanto adottato il 26-9-2001, onde neppure da tale circostanza (ammesso che possa avere tale valenza) è possibile desumerne il carattere di concessione edilizia in sanatoria ovvero di concessione in disponibilità dell’uso del suolo.
Dalle considerazioni sopra svolte emerge, dunque, che per le opere per cui è causa non vi è alcun provvedimento espresso di concessione in sanatoria.
Deduce, peraltro, parte ricorrente che nel caso concreto il titolo abilitativo in sanatoria si sarebbe formato per silenzio –assenso, ai sensi dell’art. 35 della legge n. 47/1985.
Anche tale affermazione non risulta condivisibile; e ciò per due ordini di motivi.
Va in primo luogo rilevato che l’elaborazione giurisprudenziale sul punto ha chiarito che il silenzio-assenso è un effetto provvedimentale che consegue all’inerzia dell’amministrazione; dunque, ad una situazione per la quale il privato abbia adempiuto a tutti gli oneri procedimentali e documentali ed in relazione alla quale esistano quei requisiti minimi per poter consentire all’ente di emanare una pronunzia espressa sulla istanza del privato.
Tale situazione non è configurabile nella fattispecie in esame.
Invero, una pronunzia espressa sulla sanatoria urbanistico-edilizia delle opere non poteva essere emessa, considerato che, trattandosi di manufatti edificati su area demaniale, mancava l’indefettibile presupposto dell’atto di concessione in disponibilità dell’ente proprietario del suolo.
Al riguardo, è stato affermato, in analoga fattispecie (cfr. TAR Lazio, II, 3-2-1990, n. 280), che nel caso di opera insistente su area demaniale marittima sottoposta a vincolo ambientale, l’istanza di condono non è in alcun modo idonea a far maturare automaticamente il silenzio-assenso, in conseguenza del solo decorso del termine di ventiquattro mesi dalla presentazione della istanza stessa, occorrendo un esplicito parere dell’autorità preposta alla gestione del vincolo.
Orbene, tali considerazioni valgono anche nel caso in cui sia necessaria la concessione dell’uso del suolo, che nel caso in esame, come si è sopra visto, manca, trattandosi di condizione indefettibile per il rilascio della concessione in sanatoria.
Rileva, poi, a parere del Tribunale anche un ulteriore elemento, relativo alla pratica di condono afferente le opere oggetto del presente giudizio.
L’analisi della documentazione allegata al ricorso evidenzia che le istanze di condono edilizie (assunte al numero di protocollo 111 dal Comune di Castellabate) risultano essere presentate dalla sig.ra Romano Leonilde, amministratore delegato della s.a.s. Hotel Castelsandra, dichiarando espressamente che proprietario delle opere è l’Hotel Castelsandra s.a.s. e che le stesse non sono state eseguite su aree di proprietà dello Stato o di Enti pubblici territoriali.
Dunque, la società ha richiesto il condono edilizio di manufatti di cui assume la proprietà e non realizzati su aree demaniali.
Orbene, come è stato in precedenza evidenziato, tale circostanza non corrisponde al vero, atteso che l’area di sedime e le opere appartengono al demanio civico del Comune di Castellabate.
Dunque, la domanda di condono reca indicazioni erronee in ordine a circostanze essenziali alla definizione della pratica.
Le stesse, pertanto, così come proposte, si presentano palesemente inammissibili e comunque non accoglibili, considerato che si pretende di ottenere la sanatoria edilizia di beni appartenenti ad un ente pubblico (in virtù del principio dell’accessione), realizzate su area demaniale, alla stessa stregua di un qualsiasi altro bene privato, senza attivare (con corretto impulso di parte e con regolare istanza) lo specifico procedimento all’uopo previsto.
E’ evidente che in tale situazione il mancato pronunciamento espresso dell’Ente non determina affatto la formazione del silenzio-assenso.
Le considerazioni sopra svolte in ordine alle istanze di condono ed ai relativi contenuti consentono, altresì, al Tribunale di ritenere infondata l’ulteriore rilievo di illegittimità della disposta demolizione articolato in ricorso, fondato sulla mancata previa definizione della istanza di condono.
Parte ricorrente richiama al riguardo l’orientamento giurisprudenziale per il quale è illegittimo l’ordine di demolizione di opere abusive per le quali sia stata in precedenza presentata domanda di sanatoria, ove l’Amministrazione non abbia dapprima definito tale procedimento di regolarizzazione del manufatto.
Tale regola giurisprudenziale, invero, non risulta applicabile al caso in esame.
Osserva, invero, il Collegio che essa costituisce applicazione del principio di ragionevolezza dell’azione amministrativa.
Questo è canone generale dell’azione amministrativa, fondato sull’art. 97 della Costituzione, ed esprime il precetto secondo cui sono vietate le decisioni arbitrarie ed irragionevoli dell’amministrazione, così imponendo a quest’ultima di bilanciare gli interessi coinvolti nel procedimento in maniera plausibile e giustificabile.
Dunque, è irragionevole la scelta dell’Amministrazione di ingiungere la demolizione di un’opera abusiva senza avere prima definito il procedimento di sanatoria, considerato che, ove il manufatto fosse ritenuto sanabile, l’azione sanzionatoria si rivelerebbe inutile ed ingiusta, in quanto mortificherebbe l’interesse del privato senza peraltro realizzare adeguatamente quello pubblico, attesa la sanabilità per l’ordinamento dell’opera edilizia.
Osserva, peraltro, il Tribunale che l’operatività della regola va valutata anche sotto il profilo procedimentale, considerato che l’azione amministrativa si svolge attraverso procedimenti; invero, in tale vicenda si è in presenza di un’ipotesi di “collegamento” tra procedimenti (quello sanzionatorio e quello di condono edilizio), fattispecie quest’ultima che si verifica quando l’uno interferisce sull’altro, per quanto non facciano parte della stessa sequenza procedimentale.
Tale “interferenza” è riconducibile ai principi generali dell’azione amministrativa: invero, secondo una regola di economia amministrativa e di ragionevolezza la pendenza della domanda di sanatoria sospende il procedimento sanzionatorio, che potrà riprendere il suo iter solo se la domanda viene respinta.
L’”interferenza” citata, pertanto, ha modo di operare, costituendo l’obbligo di previa definizione di uno dei procedimenti rispetto all’altro, solo se per il procedimento di condono edilizio operi in concreto il principio del dovere di conclusione del procedimento, sancito dall’articolo 2 della legge n. 241/1990.
Invero, solo se nella fattispecie concreta l’amministrazione ha il dovere di concluderlo con un provvedimento espresso, possono ritenersi operanti i citati canoni della economia e della ragionevolezza dell’azione, finalizzati ad evitare determinazioni tra loro contrastanti, arbitrarie o irragionevoli.
Orbene, ritiene il Tribunale che nella fattispecie oggetto del presente giudizio la richiamata regola giurisprudenziale non abbia modo di operare proprio perché in concreto non risulta sussistente un obbligo di conclusione del procedimento di condono edilizio.
La giurisprudenza, occupandosi dell’istituto del silenzio e della inerzia dell’amministrazione, ha avuto modo di individuare le fattispecie nelle quali difetta, in capo alla p.a., l’obbligo di conclusione del procedimento.
Costituisce, invero, pacifica acquisizione giurisprudenziale quella secondo cui “ ai sensi dell’art. 2 della legge n. 241/1990, la pubblica amministrazione ha l’obbligo di concludere il procedimento con provvedimento espresso, salvo che non sia stata già adottata una formale risoluzione amministrativa rimasta inoppugnata e non siano sopravvenuti mutamenti della situazione di fatto o di diritto, o si tratti di domande manifestamente assurde o totalmente infondate o illegali”(cfr.Cons.Stato, IV, 20-11-2000, n. 6181; IV, 23-1-1989, n. 21).
Non può, poi, non evidenziarsi che, in ipotesi di vizi formali della domanda ( es. irritualità, incompletezza, difetto di documentazione) si ritiene che, pur sussistendo in astratto un obbligo dell’Amministrazione di provvedere, in relazione al contenuto della domanda tale obbligo non sussiste in concreto per motivi pregiudiziali o formali. .
Nella fattispecie in esame non vi è obbligo di conclusione del procedimento di condono con provvedimento espresso in quanto la domanda del privato, così come proposta, si manifesta in tutta evidenza inammissibile o infondata, essendo stata richiesta dal privato, nella qualità di titolare di diritto dominicale, la sanatoria di opere di proprietà comunale insistenti su area demaniale civica.
Non sussistendo l’obbligo di conclusione del procedimento, è evidente che non vi è una interferenza procedimentale rilevante al fine di ritenere obbligatoria, rispetto alla demolizione, la previa definizione della domanda di condono edilizio.
Ritiene, di poi, il Tribunale, in tal modo rilevando la non fondatezza del vizio di contraddittorietà denunziato con l’atto di motivi aggiunti, che l’inesistenza di un obbligo di provvedere è un dato oggettivo - rilevante di per sé, esclusivamente derivante dalla mancanza di un obbligo di provvedere secondo norme giuridiche o principi generali dell’azione amministrativa - il quale non può essere posto in non cale da una contraria manifestazione di volontà di altro soggetto amministrativo.
Sicchè, risulta a tal fine irrilevante la circostanza che in sede di conferenza di servizi l’Assessore Regionale all’Urbanistica abbia affermato che “il Sindaco dovrà emanare il provvedimento di diniego della richiesta di condono edilizio”, considerato che il suddetto obbligo risultava oggettivamente insussistente e non poteva di conseguenza essere costituito ex novo dall’organo regionale.
Né, a giudizio del Collegio, vi è stata nella specie violazione del principio dell’autovincolo, considerato che l’affermazione di conclusione provvedimentale del procedimento di condono proviene da un ente diverso (regione) rispetto all’autorità competente alla definizione della sanatoria urbanistico-edilizia.
Va, di poi, osservato che un vincolo alla definizione con atto espresso del procedimento di condono edilizio non si ravvisa neppure nell’adottato atto di avviso di avvio del procedimento di demolizione delle opere abusive; esso, invero, è determinazione logicamente e giuridicamente successiva all’esito negativo del condono, non costituendone affatto un presupposto , tale da indurre per un verso il privato a ritenere che il procedimento sarà definito con atto espresso e da costituire, per altro verso, un obbligo in tal senso in capo all’amministrazione.
Vi è, invece, che con il richiamato avviso di avvio il Comune ha palesato la propria volontà di demolire le opere abusive, volontà che è stata di seguito attuata con le successive scelte di approvazione del progetto di demolizione e di affidamento dei relativi lavori.
Può a questo punto passarsi all’esame di altra doglianza prospettata in ricorso, concernente la illegittimità dei provvedimenti impugnati riveniente dalla pendenza di una istanza di alienazione dei beni, ai sensi degli artt. 12 l. n. 1766/1927, 39 R.D. n. 322/1928 e 10 l. reg. Campania n. 11/1981.
Anche qui parte ricorrente sostiene l’obbligo della P.A. della previa definizione della istanza di alienazione rispetto alla procedura demolitoria, che risulterebbe pertanto illegittima.
A giudizio del Tribunale pure tale motivo di ricorso non è meritevole di favorevole considerazione.
Invero, dato per fermo -in relazione a tutto quanto in precedenza esposto- che le opere per le quali è stata disposta la demolizione non hanno ottenuto il rilascio di concessione in sanatoria (né espressa né per silentium), non può revocarsi in dubbio che l’ente pubblico proprietario abbia il potere di disporne la demolizione al fine di ripristinare l’equilibrio urbanistico violato, così perseguendo l’interesse pubblico alla corretta utilizzazione e trasformazione del territorio.
La pendenza di una domanda di alienazione dei predetti manufatti (in uno peraltro ai relativi suoli e ad altri immobili assentiti da titolo edificatorio) non gli impone una previa decisione sul punto, considerato che la procedura demolitoria interessa solo le opere illecitamente realizzate e , dunque, la volontà di eliminazione delle stesse, essendo diretta al ripristino della legalità violata (oltre che al perseguimento dell’interesse urbanistico), risulta certamente prevalente e in alcun modo condizionata da una richiesta di cessione del privato.
Per l’effetto, sotto tale profilo, non sono riscontrabili nella condotta della P.A. né violazione di obblighi di legge né profili di irragionevolezza, illogicità o altri sintomi di eccesso di potere.
Va, invero, osservato, che la demolizione è riferita alle sole opere abusive e non anche a quelle realizzate previo rilascio di autorizzazione alla edificazione, per le quali il Comune , con delibera di C.C. n. 12 del 28-3-2003, ha espresso volontà di conservazione e di attivazione del procedimento di sdemanializzazione.
Dunque, la doglianza di parte ricorrente è per le ragioni sopra esposte infondata senza dovere ulteriormente indagare se vi sia stato comunque in altri provvedimenti assunti dal Comune un diniego implicito della domanda di alienazione.
Deve a questo punto essere esaminata la legittimità degli atti impugnati nella parte in cui dispongono la demolizione delle opere abusive del compendio Hotel Castelsandra e l’affidamento dei relativi lavori.
Parte ricorrente ne deduce l’invalidità, evidenziando che nella specie non sarebbero state adottati i provvedimenti tipici previsti dalla legge n. 47/1985 per la demolizione dei manufatti non assentiti da previo titolo abilitativo.
In particolare, si rileverebbe l’incompetenza dell’organo emanante, la mancata previa diffida all’autore dell’abuso e l’omissione di indefettibili fasi procedimentali, non risultando riconducibile l’attività espletata ai moduli procedimentali previsti dal dpr n. 380/2001 (segnatamente dagli artt. 35 e 27 del suddetto provvedimento normativo).
Le doglianze di parte ricorrente non sono suscettibili di favorevole considerazione, in relazione alla peculiarità della fattispecie oggetto di causa.
Va in primo luogo rilevato che gli immobili per cui è causa insistono su area demaniale civica, onde risulta possibile il procedimento di demolizione diretta, senza il preventivo passaggio dell’ingiunzione al responsabile dell’abuso.
Invero, l’articolo 27, comma 2, del richiamato dpr n. 380/2001 consente tale possibilità nel caso in cui si tratti di aree “appartenenti ai beni disciplinati dalla legge 16 giugno 1927, n. 1766”, previa comunicazione alle amministrazioni competenti le quali possono eventualmente intervenire ai fini della demolizione.
Nel caso in esame risultano essere state coinvolte tutte le amministrazioni interessate, le quali hanno condiviso la determinazione, come emerge dalla corrispondenza intercorsa tra gli enti e dai numerosi verbali di conferenza di servizi depositati in giudizio.
Di poi, va osservato che l’ingiunzione di demolizione al responsabile dell’abuso – finalizzata ad ottenere la eliminazione dei manufatti da parte di questo e, nell’ordinario modulo, ad evitare che l’opera e l’area di sedime vengano acquisite al patrimonio indisponibile dell’ente- presuppone necessariamente che il privato abbia la disponibilità materiale del bene, onde potere eseguire l’attività di ripristino.
Nella vicenda in esame è pacifico che parte ricorrente fosse priva della disponibilità dell’area e delle costruzioni, atteso che queste erano state consegnate al Comune di Castellabate (si veda il verbale di consegna del 25-10-2001) e che il Commissario per la Liquidazione degli Usi Civici, con la richiamata pronuncia n. 3/2004, aveva respinto la domanda di restituzione del Compendio Immobiliare al signor Agizza. Inoltre, in concreto non avrebbe avuto modo di operare la mancata acquisizione delle opere e dell’area di sedime, considerato che il compendio risultava di proprietà del Comune di Castellabate.
Né assume nella presente fattispecie valenza invalidante la circostanza che la demolizione non sia stata in concreto disposta dall’organo burocratico.
Va, invero, evidenziata la peculiarità e la complessità del procedimento nel quale si inserisce la richiamata attività di demolizione.
Essa, infatti, rientra in una complessiva opera di riqualificazione del sito, che non comporta la mera eliminazione delle costruzioni abusive ma altresì la ricomposizione ambientale dell’area interessata con il ripristino, per quanto possibile, della situazione pregressa all’intervento costruttivo.
La rilevanza e la complessità dell’operazione ne ha comportato la realizzazione in termini di vero e proprio lavoro pubblico, da realizzarsi in una pluralità di lotti, mediante affidamento in appalto a soggetto terzo, individuato con procedura ad evidenza pubblica.
Sicchè la determinazione demolitoria si inserisce in un vero e proprio intervento di riqualificazione dell’area, per il quale trova applicazione il modulo procedimentale tipico della realizzazione dei lavori pubblici, articolato nelle peculiari fasi del finanziamento, della approvazione del progetto, dell’affidamento dei lavori e della esecuzione degli stessi, con applicazione delle relative competenze di legge, le quali assorbono quella “semplice” ed “ordinaria” del dirigente, propria della ingiunzione e dell’ordine di demolizione.
Una determinazione demolitoria del Comune esiste nella fattispecie in esame, sia pur palesata attraverso le competenze proprie del procedimento di realizzazione di lavori pubblici.
Va in proposito in primo luogo evidenziato che il Consiglio Comunale, nella citata deliberazione n. 12/2003, ha espresso la volontà di conservare le opere assistite da formale titolo edilizio per destinarle all’utilizzo pubblico, in tal modo esprimendo anche l’intento di eliminare dal mondo giuridico i manufatti abusivi ormai di proprietà dell’ente per il principio dell’accessione.
Di poi, la scelta demolitoria è stata espressamente manifestata dalla Giunta Municipale nella delibera n. 137/2004, con la quale è stato approvato il progetto esecutivo di demolizione, predisposto dall’Ufficio Tecnico Comunale.
Va da ultimo esaminata la doglianza con la quale viene dedotto eccesso di potere e violazione di legge, in quanto l’attività posta in essere dal Comune impedirebbe, con la demolizione dei manufatti, l’accertamento del valore delle opere realizzate nel giudizio, instaurato dinanzi al giudice ordinario, per il riconoscimento del diritto all’indennità per i miglioramenti realizzati.
Essa è infondata, in considerazione della circostanza che la demolizione concerne unicamente le opere abusive, frutto di attività illecità per la quale non appare ipotizzabile alcun ristoro patrimoniale, a maggior ragione non dovuto in relazione alla scelta dell’ente di eliminazione dei manufatti e, dunque, di non utilizzazione degli stessi.
Sulla base delle considerazioni tutte sopra svolte, dunque, i ricorsi principali devono essere respinti in quanto infondati.
Alla infondatezza dei ricorsi principali segue, altresì, la reiezione dei motivi aggiunti proposti, con i quali vengono impugnati gli atti della procedura demolitoria in epigrafe indicati.
Le argomentazioni sopra svolte valgono, invero, ad evidenziare la legittimità dell’azione amministrativa anche con riferimento ai provvedimenti di demolizione e di affidamento a soggetto privato delle relative opere.
Le spese di causa possono, peraltro, essere integralmente compensate tra le parti costituite, sussistendone giusti motivi in relazione alla peculiarità ed alla complessità della controversia.
P.Q.M.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Campania-Salerno (Sezione II), definitivamente giudicando sui ricorsi in epigrafe, così provvede:
riunisce i ricorsi iscritti ai nn. 1867/2007 e 1868/2007 R.G.;
respinge i ricorsi.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.
Così deciso in Salerno nella camera di consiglio dei giorni 15/05/2008 e 30/10/2008 con l'intervento dei Magistrati:
Luigi Antonio Esposito, Presidente
Francesco Mele, Consigliere, Estensore
Paolo Severini, Primo Referendario






L'ESTENSORE

IL PRESIDENTE















DEPOSITATA IN SEGRETERIA
Il 12/01/2009
(Art. 55, L. 27/4/1982, n. 186)
IL SEGRETARIO